Data center: sicurezza e resilienza
Proteggere un’infrastruttura digitale significa ormai governare edifici, sistemi informatici, impianti, identità, fornitori e risorse da cui dipende la continuità dei servizi.
La nuvola digitale non è sospesa nel vuoto. Dietro ogni
servizio cloud, pagamento elettronico, applicazione aziendale o sistema di
intelligenza artificiale operano edifici, server, reti, impianti elettrici,
sistemi di raffreddamento e persone incaricate di mantenerli in funzione.
Questa materialità tende a scomparire dal linguaggio
quotidiano. I dati “viaggiano”, i documenti sono conservati “nel cloud” e la
capacità di calcolo viene utilizzata su richiesta, quasi fosse una risorsa
priva di collocazione. Eppure, ogni servizio digitale dipende da infrastrutture
fisiche situate in territori precisi, alimentate da energia, collegate
attraverso reti di comunicazione e inserite in filiere tecnologiche globali.
I data center rappresentano il punto nel quale l’apparente
immaterialità del digitale incontra la realtà infrastrutturale. Non sono
semplici edifici pieni di server. Sono sistemi nei quali convergono tecnologie
informatiche, impianti industriali, reti di telecomunicazione, energia,
software, operatori, fornitori e procedure.
La loro sicurezza non può quindi essere limitata alla
protezione di un perimetro o alla difesa di una rete. Un accesso fisico non
autorizzato, una credenziale compromessa, una vulnerabilità software, un errore
di manutenzione, un guasto al raffreddamento o l’interruzione di una dipendenza
esterna possono condurre al medesimo risultato: rendere indisponibile un
servizio dal quale dipendono imprese, amministrazioni e cittadini.
Il problema non consiste più soltanto nel proteggere il data
center. Consiste nel comprendere e governare ciò che ne rende possibile il
funzionamento.
Da struttura tecnica a nodo strategico
Per lungo tempo il data center è stato percepito come una
struttura specialistica destinata a ospitare server, sistemi di archiviazione e
apparati di rete in un ambiente controllato. Questa rappresentazione non è più
sufficiente.
La digitalizzazione dei processi produttivi, la diffusione
dei servizi cloud, l’aumento dei dati trattati e la crescente domanda di
capacità computazionale hanno trasformato queste infrastrutture in nodi
centrali dell’economia. Una loro interruzione può compromettere pagamenti,
comunicazioni, servizi pubblici, attività logistiche, piattaforme industriali e
applicazioni utilizzate quotidianamente da intere organizzazioni.
L’intelligenza artificiale sta accelerando questa
trasformazione, ma non ne costituisce l’unica causa. I nuovi carichi di calcolo
richiedono apparati ad alta densità, reti più veloci, una maggiore capacità
elettrica e sistemi di raffreddamento più sofisticati. Parallelamente
continuano a crescere cloud, archiviazione, servizi digitali e infrastrutture
distribuite.
Le stime industriali indicano che gli investimenti mondiali
nei data center potrebbero superare mille miliardi di dollari all’anno già nel
2027. La previsione deve essere letta come scenario e non come risultato certo,
ma mostra la scala del ciclo infrastrutturale in corso. La stessa espansione
coinvolge generazione elettrica, reti di trasmissione, sottostazioni,
collegamenti in fibra, semiconduttori e sistemi di raffreddamento.
Non tutti i data center possiedono automaticamente la
medesima rilevanza giuridica o sistemica. La loro criticità dipende dai servizi
ospitati, dai clienti serviti e dalle funzioni svolte. È tuttavia evidente che
una parte crescente dell’economia e della pubblica amministrazione dipende
dalla continuità di queste strutture.
Sicurezza fisica e digitale appartengono allo stesso
problema
Nel dibattito sulla protezione delle infrastrutture
digitali, la sicurezza fisica viene talvolta considerata la componente più
tradizionale: recinzioni, telecamere, tornelli, badge e vigilanza.
È una lettura riduttiva. Un perimetro non controllato, una
porta lasciata aperta, un badge sottratto o l’ingresso al seguito di una
persona autorizzata possono aggirare difese informatiche sofisticate. Allo
stesso modo, la manomissione di un apparato, l’installazione di un dispositivo
non autorizzato o l’accesso a una sala tecnica possono produrre conseguenze
digitali senza richiedere un attacco remoto.
La protezione deve pertanto essere organizzata su più
livelli, dal confine del sito alle aree tecniche e agli asset più sensibili.
Ogni livello svolge funzioni diverse: scoraggiare, rilevare, verificare,
ritardare e consentire l’intervento.
L’efficacia non dipende dalla quantità delle tecnologie
installate, ma dalla loro integrazione con procedure, responsabilità e capacità
di risposta. Un allarme non verificato, una telecamera non presidiata o una
credenziale fisica non revocata possono trasformare una misura formalmente
presente in un controllo soltanto apparente.
Anche le minacce fisiche stanno cambiando. I droni
introducono possibilità di osservazione e ricognizione che aggirano le difese
concepite per accessi terrestri. Le strutture più grandi devono inoltre
considerare concentrazione degli asset, aree estese, lavori di espansione e
compresenza di operatori diversi.
La sicurezza fisica non è dunque un retaggio precedente alla
cybersecurity. Ne costituisce una delle condizioni.
L’identità unisce badge e credenziali
Quasi ogni attività svolta nel data center è associata a
un’identità. Il dipendente che entra nel sito, il tecnico che accede a una
sala, l’amministratore che modifica una configurazione, il fornitore collegato
da remoto e l’applicazione che comunica con un’altra piattaforma esercitano
tutti una forma di accesso.
Badge e credenziale digitale sono manifestazioni differenti
dello stesso problema: stabilire chi, o che cosa, stia chiedendo accesso, con
quali privilegi, per quale scopo e per quanto tempo.
Questo livello è particolarmente delicato perché un’identità
compromessa può attraversare le difese senza apparire immediatamente anomala.
L’uso di credenziali valide sottratte, privilegi eccessivi o autorizzazioni non
revocate consente di agire con un’apparenza di legittimità.
Nel luglio 2026, l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN) ha individuato 147 account compromessi appartenenti a soggetti istituzionali e
ha segnalato episodi nei quali credenziali VPN riconducibili a organizzazioni
italiane erano state esposte. Nello stesso periodo, vulnerabilità note,
credenziali già compromesse e servizi esposti risultavano tra i principali
vettori iniziali osservati negli eventi ransomware. Questi dati non riguardano
specificamente i data center, ma descrivono l’ambiente di rischio nel quale
essi e i loro fornitori operano.
La gestione delle identità deve perciò collegare accessi
fisici e digitali, limitare i privilegi alla reale necessità, controllare le
attività amministrative e revocare tempestivamente le autorizzazioni non più
giustificate.
IT e impianti non sono più mondi separati
Un data center è nello stesso tempo un’infrastruttura
informatica e un impianto industriale.
Server e reti non possono operare senza alimentazione
elettrica, gruppi di continuità, generatori, distribuzione interna
dell’energia, raffreddamento, rilevazione degli incendi e controllo delle
condizioni ambientali. Questi sistemi appartengono in larga parte al dominio
della tecnologia operativa, o OT.
La gestione centralizzata e il monitoraggio remoto hanno
migliorato efficienza e capacità di intervento, ma hanno anche avvicinato
ambienti un tempo separati. Un sistema di gestione dell’edificio non
adeguatamente isolato, una connessione remota di manutenzione o un apparato non
aggiornato possono diventare punti di ingresso.
La differenza rispetto a un attacco informatico
convenzionale è che la compromissione dell’OT può produrre conseguenze
materiali. Alterare il raffreddamento o la distribuzione elettrica può
interrompere il servizio senza sottrarre un singolo dato.
Integrare la sicurezza non significa affidare IT e impianti
a un’unica struttura indistinta. Significa rendere interoperabili inventari,
monitoraggio, gestione delle modifiche, controllo degli accessi e risposta agli
incidenti, preservando le competenze tecniche specifiche.
La vulnerabilità si nasconde nelle dipendenze
Il dato è significativo perché mostra che la vulnerabilità
di un’infrastruttura non dipende soltanto dagli asset controllati direttamente.
Un data center si affida a produttori hardware, sviluppatori software,
operatori energetici, gestori di telecomunicazioni, manutentori, imprese di
costruzione e piattaforme esterne.
Ogni relazione può diventare un punto di propagazione. Un
componente software vulnerabile, un accesso remoto non adeguatamente governato
o l’indisponibilità di un fornitore possono compromettere la continuità senza
che il sito venga attaccato direttamente.
La ridondanza stessa deve essere verificata nella realtà,
non soltanto nei contratti. Due collegamenti apparentemente indipendenti
possono utilizzare la medesima tratta. Due fornitori possono dipendere dalla
stessa infrastruttura. Sistemi di emergenza e sistemi ordinari possono
condividere punti comuni di fallimento.
La sicurezza della filiera richiede quindi conoscenza delle
dipendenze, requisiti contrattuali, controllo degli accessi esterni, gestione
delle vulnerabilità e alternative realistiche per le componenti difficili da
sostituire.
La sicurezza comincia prima dell’accensione dei server
La fase di costruzione espone il data center a rischi
peculiari: perimetri temporanei, alta rotazione del personale, numerosi
subappaltatori, sistemi di controllo non ancora pienamente operativi e
installazione progressiva di componenti sensibili.
Modifiche tardive, pressioni sui tempi, difetti nascosti e
coordinamento insufficiente tra appaltatori possono trasformare errori
circoscritti in problemi destinati a emergere durante l’esercizio. Il collaudo
è particolarmente delicato perché impianti e sistemi interagiscono per la prima
volta in condizioni vicine ai limiti operativi.
La protezione deve pertanto accompagnare l’intero ciclo di
vita: scelta del sito, progettazione, selezione dei fornitori, costruzione,
collaudo, esercizio, ampliamento e dismissione.
Anche la fase finale presenta rischi. Supporti di memoria,
apparati rimossi, configurazioni, documentazione e credenziali possono
continuare a esporre informazioni se non vengono eliminati o gestiti secondo
procedure verificabili.
Energia, acqua e territorio entrano nel perimetro della
sicurezza
La continuità di un data center dipende da risorse fisiche
che nessun firewall può garantire.
L’energia costituisce la dipendenza più evidente. Batterie,
generatori e linee ridondanti riducono il rischio, ma non eliminano problemi
legati alla rete, alla disponibilità di combustibile, alla manutenzione e ai
tempi di sostituzione degli apparati.
Il raffreddamento introduce ulteriori vincoli. L’aumento
della densità di potenza e la diffusione di sistemi ad alte prestazioni
accrescono l’importanza della capacità termica e, in determinate
configurazioni, della disponibilità idrica.
Secondo un’analisi assicurativa di Allianz Commercial, il
79% della capacità mondiale dei data center sarebbe collocato in aree esposte a
un rischio elevato di catastrofi naturali e il 54% in aree soggette a stress
cronico da caldo o siccità. Le percentuali dipendono dalla metodologia adottata
e non vanno interpretate come misura universale, ma mostrano che la
localizzazione geografica è parte integrante della gestione del rischio.
Il 21 settembre 2026 la Commissione europea ha avviato una
consultazione sugli standard minimi di prestazione dei data center, richiamando
espressamente gli effetti della crescita del settore sulle reti elettriche,
sulle emissioni e sulle risorse idriche. La consultazione resterà aperta fino
al 14 dicembre 2026 e dovrebbe contribuire a una proposta legislativa prevista
per il secondo trimestre del 2027.
Sostenibilità e sicurezza non coincidono, ma si incontrano
quando la scarsità o l’instabilità di una risorsa può interrompere il servizio.
Il rischio non è sempre intenzionale
La sicurezza viene spesso raccontata attraverso la figura
dell’attaccante. Molte interruzioni, tuttavia, derivano da incendio, acqua,
guasti elettrici, difetti progettuali, errori di manutenzione o eventi
naturali.
Nell’analisi di Allianz Commercial, l’incendio è il
principale fattore di gravità nel campione assicurativo esaminato, mentre i
danni da acqua rappresentano la causa più frequente. L’interruzione
dell’attività costituisce il maggiore elemento di gravità economica. Si tratta
di dati riferiti a un portafoglio assicurativo e non dell’intero mercato
mondiale, ma ricordano che il rischio operativo non può essere ridotto agli
attacchi informatici.
Anche l’aumento delle batterie agli ioni di litio e della
densità energetica modifica il profilo di rischio. Rilevazione precoce,
compartimentazione, progettazione antincendio e manutenzione diventano parte
della stessa strategia che comprende monitoraggio cyber e controllo degli
accessi.
Quando la protezione diventa capacità di continuità
Per molto tempo il livello di sicurezza è stato misurato
attraverso i controlli presenti: telecamere, firewall, allarmi, certificazioni
e procedure.
Questi strumenti restano necessari, ma non descrivono da
soli la capacità di affrontare un incidente. Un’organizzazione può disporre di
molti controlli e non conoscere le proprie dipendenze critiche; può avere
procedure formalmente corrette ma mai sperimentate; può vantare una ridondanza
che condivide gli stessi punti di fallimento.
La resilienza aggiunge una domanda diversa: quali funzioni
devono continuare a operare quando una parte del sistema viene meno?
La risposta richiede preparazione, rilevazione tempestiva,
contenimento, operatività in condizioni degradate, recupero e apprendimento.
Richiede soprattutto coordinamento tra sicurezza fisica, cybersecurity,
gestione degli impianti, continuità operativa e rapporti con i fornitori.
Il quadro europeo sta evolvendo in questa direzione, ma non
può essere descritto come già pienamente maturo. Nel 2026 la European Court of
Auditors ha valutato soltanto parzialmente efficace la capacità dell’Unione di
facilitare la rilevazione e la risposta agli incidenti significativi,
segnalando ritardi attuativi, condivisione limitata delle informazioni e
meccanismi non ancora completamente operativi.
La regolazione può imporre obblighi e rafforzare le
responsabilità, ma non sostituisce la maturità operativa.
Proteggere le relazioni
La sicurezza dei data center è stata a lungo descritta
attraverso gli oggetti da difendere: l’edificio, il server, il rack, la rete e
il dato.
Questi elementi restano centrali, ma il rischio si forma
sempre più spesso nelle relazioni che li uniscono: tra identità e privilegi,
tra software e componenti di terze parti, tra IT e impianti, tra operatore e
manutentore, tra infrastruttura e rete elettrica, tra capacità tecnica e
decisione organizzativa.
È in queste connessioni che un incidente circoscritto può
trasformarsi in un’interruzione estesa.
Governare la complessità non significa riunire ogni
competenza sotto una sola funzione né dilatare indefinitamente il concetto di
sicurezza. Significa rendere visibili le dipendenze, assegnare responsabilità
precise, stabilire priorità e verificare che le difese funzionino anche quando
le condizioni non corrispondono a quelle previste.
La vera misura della sicurezza non è l’assenza assoluta di
incidenti, obiettivo irrealistico per qualsiasi infrastruttura complessa. È la
capacità di evitare che il cedimento di una parte travolga l’intero sistema.
Proteggere un data center significa, oggi, assicurare che l’ecosistema continui a funzionare quando uno dei suoi elementi smette di farlo.
Fonti
- European Union Agency for
Cybersecurity, ENISA Threat Landscape 2026.
- Agenzia
per la Cybersicurezza Nazionale, Operational Summary, July 2026.
- European
Commission, consultazione sugli standard minimi di prestazione dei data
center, 21 settembre 2026.
- Allianz Commercial, The data
center construction boom: risks and claims trends.
- European Court of Auditors,
Special report 19/2026: Detecting and responding to cybersecurity
incidents.
- European
Commission, obblighi di segnalazione del Cyber Resilience Act.











