Il carro armato dopo l’Ucraina: come cambia la guerra terrestre
Carri armati principali da combattimento, veicoli terrestri senza equipaggio, droni, autonomia, protezione, software, logistica e capacità industriale stanno trasformando le forze terrestri in un sistema sempre più interconnesso.
Dopo oltre quattro anni e mezzo di guerra su
larga scala, iniziata con l’invasione russa dell’Ucraina del 24 febbraio
2022, il conflitto ha prodotto un volume di esperienza operativa difficilmente
riproducibile attraverso esercitazioni o programmi sperimentali.
Una delle lezioni più evidenti è che la guerra
non ha certificato la fine del carro armato. Ha mostrato, piuttosto, i limiti
del carro concepito come piattaforma capace di operare quasi autonomamente dal
resto della forza.
Per carro armato si intende qui il Main Battle
Tank (MBT), il carro principale da combattimento cingolato che combina
protezione, mobilità e potenza di fuoco diretto, distinto dai veicoli corazzati
della fanteria, dalle blindo ruotate e dai semoventi d’artiglieria.
Droni pilotati con visuale in prima persona (First
Person View, FPV), munizioni circuitanti, sensori distribuiti, ricognizione
persistente, guerra elettronica (Electronic Warfare, EW) e capacità di
fuoco di precisione hanno ridotto il tempo necessario per individuare e
classificare un carro armato, un veicolo corazzato o un mezzo logistico,
trasmetterne la posizione e tentare di colpirlo.
La conseguenza non è la scomparsa del MBT. Sono
cambiate le condizioni necessarie perché possa sopravvivere e produrre effetti.
Il carro armato principale rimane importante, ma
il suo valore dipende sempre più dal sistema nel quale è inserito.
La trasformazione investe contemporaneamente
carri armati, veicoli corazzati da fanteria, blindo, robot terrestri, droni,
sensori, sistemi di contrasto ai droni, guerra elettronica, comando e
controllo, logistica, software e capacità industriale.
La domanda decisiva non è quindi quale sia oggi
il «miglior carro armato», ma quale forza riesca a mantenere funzionante
l’intera architettura terrestre quando il nemico ne degrada sensori,
comunicazioni e logistica e ne mette alla prova la capacità di rigenerare
personale, mezzi e sistemi dopo le perdite.
Il campo di
battaglia diventa più trasparente
La diffusione di piccoli droni, reti digitali e
sensori relativamente economici ha ridotto gli spazi nei quali concentrazioni
di carri armati, veicoli corazzati da fanteria, artiglierie semoventi e mezzi
logistici possono manovrare senza essere osservate.
Ciò non significa che ogni bersaglio individuato
venga automaticamente distrutto. Significa che la catena di individuazione,
classificazione, decisione e ingaggio — la kill chain — può essere
completata più rapidamente e attraverso un numero molto maggiore di sensori,
nodi di comando ed effettori.
Anche il concetto di protezione cambia.
La prima protezione di un veicolo corazzato non
consiste necessariamente nell’intercettare ciò che lo colpisce, ma
nell’impedire o ritardare la sua individuazione, classificazione e inserimento
nella catena d’ingaggio avversaria.
Ne deriva una protezione stratificata: gestione
della firma multispettrale; rilevazione delle minacce e fusione dei dati
provenienti dai sensori; guerra elettronica e contromisure non cinetiche;
sistemi di contrasto agli aeromobili senza equipaggio (Counter-Unmanned
Aircraft System, C-UAS); sistemi di protezione attiva (Active Protection
System, APS); infine corazze reattive e passive.
L’APS non sostituisce la corazza, così come la
guerra elettronica non sostituisce l’APS. La sopravvivenza diventa una
proprietà dell’architettura, non del singolo strato di protezione.
Il carro non
scompare: cambia il sistema
Uno degli effetti più evidenti della guerra in Ucraina è la drastica riduzione dei tempi con cui l’esperienza operativa viene trasformata in modifiche tecniche, procedurali e dottrinali.
Il fenomeno non riguarda soltanto i due
contendenti. Fin dalle prime fasi del conflitto, l’esperienza maturata sul
fronte ucraino è diventata anche un laboratorio operativo per le forze e le
industrie dei Paesi alleati: sistemi, tecnologie, procedure e concetti
d’impiego vengono confrontati con le condizioni di una guerra ad alta intensità
e le lezioni raccolte vengono trasferite con crescente rapidità nei programmi
di modernizzazione, nell’addestramento e nello sviluppo delle capacità.
La stessa NATO descrive la guerra come un banco
di prova reale che consente di osservare l’efficienza e la resilienza delle
capacità impiegate in combattimento, mentre l’esperienza ucraina sta
influenzando l’innovazione alleata nei sistemi senza equipaggio, nella guerra
elettronica e nei processi di adattamento.
Le autorità ucraine presentano ormai il Paese non
soltanto come destinatario di assistenza militare, ma come un attore capace di generare
e validare soluzioni di difesa in condizioni reali di combattimento.
Nell’aprile 2026 il Ministero della Difesa ucraino ha inoltre proposto alla
Germania di utilizzare la piattaforma Test in Ukraine per provare nuove
tecnologie in condizioni operative reali.
La NATO ha progressivamente istituzionalizzato
questo processo. Il Joint Analysis, Training and Education Centre (JATEC)
raccoglie e analizza l’esperienza operativa ucraina, la sottopone a
sperimentazione e validazione e la traduce in indicazioni utilizzabili per
trasformazione, dottrina, addestramento e sviluppo delle capacità
dell’Alleanza. Lo stesso JATEC avverte che non ogni osservazione proveniente
dal campo di battaglia è automaticamente trasferibile: deve essere verificata
nel contesto NATO.
La Russia offre uno degli esempi più visibili di
questo adattamento nella componente corazzata, ma non costituisce un caso
isolato. Nel settembre 2026 Uralvagonzavod ha consegnato nuove partite di T-90M
e T-72B3M. Rostec afferma che le modifiche più recenti tengono conto
dell’esperienza maturata nell’impiego in combattimento e sono rivolte anche
alla protezione e alla sopravvivenza dei mezzi.
Separatamente, Janes stima che Uralvagonzavod sia
attualmente in grado di produrre circa 150–200 nuovi T-90M l’anno. Si
tratta di una stima, da trattare con cautela per l’opacità dei dati industriali
russi.
Negli Stati Uniti la stessa logica di
apprendimento si combina con una riprogettazione più profonda della famiglia
Abrams. Nel gennaio 2026 l’U.S. Army ha presentato un primo early prototype
dell’M1E3, caratterizzato da minore peso e impronta logistica, maggiore
adattabilità e da una Modular Open Systems Architecture destinata a
facilitare l’integrazione e l’aggiornamento di tecnologie, hardware e software.
Il bilancio FY2027 attribuisce al programma
Abrams 22 mezzi complessivi; nello stesso esercizio inizierà la
costruzione dei primi M1E3 di produzione pilota, destinati anche a validare la
linea di assemblaggio aggiornata e i nuovi processi industriali. Il dato non
consente quindi di identificare automaticamente tutti i 22 mezzi come M1E3.
Prototipo, produzione pilota e capacità operativa seriale restano fasi
distinte.
In Italia la trasformazione riguarda
contemporaneamente la fanteria meccanizzata, la componente pesante e la base
industriale. Nel gennaio 2026 sono stati consegnati all’Esercito i primi
quattro Lynx KF41, veicoli corazzati cingolati da combattimento della
fanteria (Infantry Fighting Vehicle, IFV), nell’ambito del programma Army
Armoured Combat Systems (A2CS); il primo contratto riguarda 21 mezzi.
Nel marzo successivo Leonardo ha completato per 1,6
miliardi di euro l’acquisizione della Defence Business di Iveco Group,
comprendente i marchi IDV e ASTRA. L’Enterprise Value inizialmente concordato
era pari a 1,7 miliardi, prima degli aggiustamenti contrattuali. L’operazione
amplia la capacità di integrare piattaforme ruotate e cingolate con elettronica,
sensori, torrette e sistemi di comando e controllo.
La tendenza comune è quindi più ampia del singolo
programma nazionale: il valore del mezzo dipende sempre meno dalle sole
prestazioni meccaniche e sempre più dalla velocità con cui può essere
aggiornato, integrato nella rete, protetto, prodotto e sostenuto nel tempo.
Dal veicolo
alla rete
Il cambiamento più profondo riguarda il rapporto
fra piattaforma e sistema.
Sensori, stazioni d’arma, effettori e software
vengono progressivamente concepiti per essere trasferiti fra mezzi differenti,
con e senza equipaggio, e collegati alla stessa architettura di comando e
controllo.
Il valore si sposta così dal singolo prodotto
alla possibilità di riutilizzare, riconfigurare e aggiornare rapidamente
moduli comuni su famiglie differenti di veicoli.
Questa logica riguarda anche mezzi molto meno
appariscenti di un MBT.
La Svezia sta introducendo il Terrängbil 24
(TGB 24), una famiglia di veicoli tattici protetti ruotati acquistati dalla
finlandese Sisu Auto. La nuova variante logistica a cabina singola condivide
catena cinematica, ambiente di guida e livello di protezione con il resto della
famiglia, riducendo le esigenze di addestramento e ricambi. Le consegne seriali
di questa variante inizieranno nel 2027.
La caratteristica strategicamente più
interessante è l’interfaccia per container ISO da 10 piedi, pari a circa
3,05 metri. FMV osserva che sul mercato esistono già sistemi di difesa
aerea, fuoco indiretto, minamento e sanità basati sulla stessa interfaccia: la
standardizzazione consente quindi di separare progressivamente il vettore dalla
funzione e, nel tempo, può ridurre la necessità di costruire un veicolo
dedicato per ogni ruolo specialistico.
La Försvarets materielverk (FMV) è
l’agenzia governativa svedese responsabile dell’acquisizione, dello sviluppo e
della fornitura di materiali e servizi per le Forze Armate.
È una trasformazione meno spettacolare di un
nuovo carro, ma strategicamente profonda: separare il vettore dalla funzione
rende la forza più riconfigurabile e riduce la complessità associata alla
proliferazione di piattaforme specializzate.
Il carro del futuro non sarà semplicemente
collegato alla rete. Sarà uno dei nodi fisici attraverso i quali la forza
acquisisce informazioni, comunica e produce effetti.
Questa evoluzione riguarda anche il modo in cui
le forze armate assorbono la tecnologia. Acquisire nuovi sistemi non significa
automaticamente trasformarli in capacità militare: servono dottrina, formazione
professionale, addestramento basato su standard, organizzazioni adeguatamente
equipaggiate e una leadership capace di integrare l’innovazione nella pratica
operativa. Intelligenza artificiale, autonomia, robotica e reti avanzate devono
quindi entrare non soltanto nelle piattaforme, ma nella struttura delle
formazioni e nell’addestramento collettivo. Innovazione tecnologica e prontezza
operativa devono procedere insieme.
La
robotizzazione terrestre parte dalla logistica
Un veicolo terrestre senza equipaggio (Unmanned Ground Vehicle, UGV) non deve necessariamente combattere per avere valore militare.
L’esperienza ucraina mostra anzi che la
diffusione su grande scala riguarda soprattutto funzioni meno visibili.
Nel luglio 2026 la Defence Procurement Agency
DOT, l’agenzia statale ucraina per gli approvvigionamenti della difesa,
aveva già contrattualizzato oltre 22.000 UGV per l’anno, quasi il doppio
del totale acquistato nell’intero 2025. Tutti i sistemi contrattualizzati erano
prodotti in Ucraina e la grande maggioranza era destinata alla logistica,
seguita dai sistemi per il genio e dalle configurazioni da combattimento.
L’impiego operativo è cresciuto parallelamente. I
dati diffusi dalle autorità ucraine e registrati nel sistema DELTA indicano una
crescita rapida delle missioni logistiche e di evacuazione svolte da UGV nel
corso del 2026. Il punto non è soltanto quantitativo: mostra che la
robotizzazione terrestre sta trovando una delle prime applicazioni sistematiche
proprio nelle attività nelle quali l’esposizione di una persona non produce un
vantaggio equivalente.
La prima rivoluzione UGV non è quindi il «carro
armato robotico».
È togliere esseri umani dalle missioni nelle
quali la loro presenza aumenta il rischio senza generare un beneficio operativo
proporzionato: trasporto di munizioni, acqua e viveri, evacuazione dei feriti e
altre attività logistiche o di supporto nelle aree più esposte.
Robotizzare un compito non significa sostituire
la fanteria. Significa decidere dove sia realmente necessario esporre una
persona.
Un robot può ridurre l’esposizione nell’ultimo
tratto logistico verso la prima linea; non per questo sostituisce
automaticamente la capacità umana di occupare, controllare e difendere il
terreno.
Dal robot
isolato alla formazione integrata
Il passaggio successivo riguarda la cooperazione
tra mezzi con e senza equipaggio (Manned-Unmanned Teaming, MUM-T).
La formazione terrestre tende così a integrare
soldati, MBT, veicoli corazzati da fanteria e blindo con UGV, droni aerei e
sensori distribuiti all’interno della stessa architettura tattica.
Ma l’evoluzione non si limita alla cooperazione
fra uomo e macchina.
Un UGV può trasportare, alimentare, rilanciare o
avvicinare altri robot e droni alla zona d’impiego, estendendone il raggio
operativo e consentendo di mantenere più arretrati operatori e infrastrutture
di lancio.
La robotizzazione evolve così da una somma di
piattaforme impiegate separatamente verso un sistema nel quale un mezzo
senza equipaggio può abilitare e sostenere altri sistemi senza equipaggio.
Il valore di un robot non dipende quindi soltanto
dalle missioni che è in grado di svolgere direttamente, ma anche dalle funzioni
che può rendere disponibili agli altri elementi della forza.
Dalla
sperimentazione alla produzione
L’Ucraina ha reso particolarmente evidente un
ciclo di sviluppo più rapido rispetto ai processi tradizionali:
impiego operativo → feedback → modifica →
produzione → nuovo impiego.
Uno dei segnali più concreti del tentativo di
ridurre la distanza fra sperimentazione e scala industriale arriva dalla
Germania.
Il 7 luglio 2026 DEUTZ e la tedesca ARX
Robotics hanno annunciato l’avvio della produzione industriale seriale del GEREON,
un UGV cingolato modulare, nello stabilimento DEUTZ di Ulm. L’aumento dei
volumi era previsto nelle settimane successive, con le prime consegne
all’Ucraina dalla fine dell’estate.
Qui il dato strategico non è il singolo robot. È
il ricorso a capacità manifatturiere mature dell’industria meccanica tedesca
per abbreviare il passaggio fra sviluppo tecnologico e produzione seriale e
utilizzare una rete industriale esistente anche per supporto e incremento dei
volumi.
Un altro indicatore viene dagli Stati Uniti. Nel
settembre 2026 American Rheinmetall ha ottenuto una commessa da 7,28 milioni
di dollari, circa 6,3 milioni di euro, per produrre e consegnare al Corpo
dei Marines dodici Mission Master SP, insieme a cinque kit anfibi e alle
relative attività di supporto. La procurement viene eseguita attraverso la
Defense Logistics Agency con ADS Inc. come prime contractor e segue oltre
quattro anni di collaborazione, prove e sperimentazione con i Marines.
I mezzi serviranno alla prosecuzione della
valutazione operativa, della sperimentazione e dello sviluppo di capacità nel
campo della logistica autonoma e della mobilità nelle operazioni expeditionary.
Si tratta quindi di un passaggio concreto nell’acquisizione della tecnologia,
non ancora di un’adozione su larga scala.
L’Italia si trova in una fase diversa, orientata
soprattutto alla sperimentazione sistematica e alla validazione operativa. Nel
maggio 2026 il Comando Valutazione e Innovazione dell’Esercito (COMVIE)
ha concluso quattro settimane di prove presso il Poligono di Monte Romano,
nel Lazio, dedicate all’impiego dei Robotics and Autonomous Systems
nella logistica distribuita e nell’ultimo miglio in scenari di combattimento ad
alta intensità. La campagna italiana sui sistemi robotici e autonomi è attiva
dal 2022.
A questa attività si affianca una dimensione
europea. Nel 2025 il Centro Polifunzionale di Sperimentazione dell’Esercito
(CEPOLISPE) di Montelibretti ha ospitato la prima campagna di
sperimentazione operativa dell’European Defence Agency (EDA) dedicata ai
sistemi autonomi per la logistica multidominio. Per cinque settimane sono stati
testati sistemi aerei e terrestri senza equipaggio provenienti da diversi Paesi
in scenari militari simulati.
Germania, Stati Uniti e Italia rappresentano
quindi stadi differenti dello stesso problema: industrializzazione,
acquisizione sperimentale e validazione operativa.
Il punto non è stabilire quale Paese possieda «il
robot migliore». È capire quanto rapidamente sperimentazione, dottrina,
software, produzione e feedback operativo riescano a entrare nello stesso ciclo.
Modelli
differenti, stessa trasformazione
La robotizzazione terrestre non segue un unico
modello.
Un primo approccio è quello della piattaforma
modulare. Il THeMIS, sviluppato dall’estone Milrem Robotics, è un
UGV cingolato configurabile per funzioni differenti, dalla logistica e
dall’evacuazione alla ricognizione e ad altre missioni di supporto.
Nel giugno 2026 Milrem Robotics e l’olandese VDL
Defentec hanno inaugurato a Born, nei Paesi Bassi, una linea di
assemblaggio destinata anche alla produzione di oltre 100 THeMIS finanziati
dal governo olandese per l’Ucraina. In occasione dell’apertura sono stati
consegnati al governo dei Paesi Bassi i primi mezzi prodotti localmente per il
successivo trasferimento all’Ucraina. La combinazione è significativa:
tecnologia estone, capacità manifatturiera olandese, finanziamento statale e
impiego da parte di una forza impegnata in guerra.
Un secondo modello riguarda la struttura
stessa della formazione militare. La Francia sta sviluppando una prima
unità robotica di combattimento nella quale mezzi terrestri, sistemi aerei e
intelligenza artificiale dovranno cooperare come una formazione integrata. Il
primo standard, URC-0, è previsto nel 2027 e il principio dichiarato
rimane quello dell’«uomo al di sopra del ciclo» decisionale nell’impiego della
forza.
La Corea del Sud rappresenta invece il passaggio
dalla sperimentazione all’acquisizione programmata. Nel luglio 2026 la Defense
Acquisition Program Administration (DAPA) ha selezionato Hanwha Aerospace e
il suo Arion-SMET per il programma dell’Esercito relativo a un UGV
multiruolo. La prima fase vale 49,6 miliardi di won, circa 31,6
milioni di euro, e l’entrata in servizio è prevista fra il 2027 e il 2028.
Fonti sudcoreane hanno successivamente riportato l’avvio della prima fase di
produzione nel settembre 2026; in assenza, al momento dell’aggiornamento, di
una nuova comunicazione primaria DAPA altrettanto dettagliata, è prudente
mantenere distinta questa informazione dal dato ufficiale di selezione.
Il Giappone investe maggiormente nelle componenti
cognitive dell’autonomia. Il bilancio FY2026 assegna 4,1 miliardi di yen,
circa 22,9 milioni di euro, alla ricerca su UGV fuoristrada guidati
dall’intelligenza artificiale e destinati a cooperare con UAV per trasporto,
ricognizione e supporto in ambienti estesi e difficili. Si tratta di ricerca e
sviluppo, non di una capacità operativa già schierata.
In Spagna la robotica terrestre è entrata nelle
priorità tecnologiche. Una procedura di acquisto pubblico precommerciale da
11,905 milioni di euro finanzia lo sviluppo di un UGV pesante, multipurpose,
autonomo e modulare, articolando il percorso fra progettazione, sviluppo dei
prototipi e validazione preoperativa. Anche qui sviluppo tecnologico e capacità
già disponibile devono restare distinti.
Il Portogallo opera su scala industriale più
contenuta, ma combina robotizzazione di piattaforme esistenti e ruolo di
banco prova multinazionale. Nel 2026 l’Esercito ha affidato all’Instituto
Superior Técnico la robotizzazione di un M113; nello stesso tempo il
Paese ospita strutture e campagne nelle quali tecnologie sviluppate da forze
armate, imprese e centri di ricerca alleati vengono testate in condizioni
operative. Il REPMUS 2026 riunisce in Portogallo 36 marine, oltre 60 organizzazioni
industriali e di ricerca, 13 università, cinque organismi NATO e più di 300
sistemi marittimi senza equipaggio, comprese componenti aeree e terrestri.
Nell’autunno 2026 il Campo Militar de Santa Margarida ospiterà inoltre
OPEX 2026 dell’EDA, integrata con ARTEX26 dell’Esercito portoghese, per
sperimentare sistemi autonomi aerei e terrestri, logistica, evacuazione,
ricognizione e altre tecnologie emergenti. Questa funzione mette Forze Armate,
industria e ricerca portoghesi a diretto contatto con requisiti, tecnologie e
partner internazionali e costituisce, per un ecosistema di dimensioni limitate,
una forma di specializzazione strategica.
Questi percorsi non sono equivalenti. Alcuni
sistemi hanno raggiunto la produzione seriale, altri sono entrati in un
processo di acquisizione, altri ancora si trovano nella prototipazione, nella
validazione o nella ricerca.
Distinguere questi livelli è fondamentale: un
dimostratore tecnologico non è una capacità operativa e una capacità operativa
iniziale non equivale alla produzione di massa.
La logistica
come capacità combattente
Un carro armato, un IFV o un UGV che non possa essere rifornito, riparato, recuperato o sostituito non costituisce una capacità militare duratura.
In una guerra caratterizzata da elevato consumo
di munizioni, usura e perdite, la potenza terrestre dipende quindi anche da
recupero, manutenzione, superamento degli ostacoli, trasporto pesante, energia,
ricambi e rifornimento dell’ultimo tratto verso la prima linea.
La robotizzazione può ridurre l’esposizione umana
in alcune di queste attività, ma non elimina il fabbisogno di persone. Lo
redistribuisce verso operatori, manutentori, specialisti delle comunicazioni,
tecnici software e pianificatori.
La vera automazione militare non consiste quindi
nel rimuovere semplicemente persone dai mezzi, ma nel ridisegnare la
distribuzione del lavoro fra esseri umani e macchine.
In un conflitto prolungato, la disponibilità
iniziale dei mezzi conta meno se una forza non riesce ad assorbire le perdite,
ricostituire le unità e tornare rapidamente a generare effetti operativi. La
capacità di rigenerarsi diventa così parte della capacità combattente, non una
funzione separata che interviene soltanto dopo l’impiego.
La fabbrica
entra nella guerra
La lezione industriale dell’Ucraina è altrettanto
importante di quella tattica.
Un sistema tecnologicamente superiore produce un
vantaggio limitato se non può essere costruito in quantità, modificato
rapidamente, riparato vicino al fronte e sostituito dopo le perdite.
Anche l’idea di massa deve quindi cambiare.
La massa non coincide soltanto con il numero di
mezzi presenti negli inventari. Nei sistemi sottoposti a elevato consumo, la
capacità effettiva dipende dal flusso: produrre, qualificare, addestrare,
mantenere e sostituire piattaforme alla velocità con cui vengono impiegate,
usurate o perdute.
Una linea di assemblaggio, da sola, non genera
capacità militare se non crescono insieme componentistica, software, test,
operatori, manutenzione, infrastrutture e comando.
La NATO ha ormai portato questo principio sul
piano strategico. Nel 2026 Allied Command Transformation ha descritto il
passaggio necessario da una mentalità centrata sulla piattaforma a una
maggiormente centrata su dati e software, indicando nell’adattamento rapido una
delle lezioni fondamentali dell’esperienza ucraina.
Il rapporto francese France 2035, France 2050,
pubblicato il 15 settembre 2026, richiama nello stesso quadro la necessità di
ridurre le dipendenze critiche, rafforzare competitività e capacità produttive
della base industriale e tecnologica della difesa e anticipare le discontinuità
tecnologiche.
La produzione militare deve inoltre convivere con
ritmi d’innovazione molto differenti: i grandi programmi richiedono anni o
decenni, mentre software, intelligenza artificiale, droni e robotica possono
evolvere molto più rapidamente.
Anche la separazione tradizionale fra produttore
della piattaforma e fornitore del sistema digitale tende a ridursi. Hardware,
sensori, software di autonomia e dati raccolti nell’impiego operativo entrano
progressivamente nello stesso ciclo industriale.
La capacità di apprendere dal campo, aggiornare
il sistema e trasferire rapidamente le modifiche alla produzione diventa così
parte della capacità militare stessa.
Europa: più
risorse non significano automaticamente più capacità
Nel 2026 la spesa per la difesa dei 27 Stati membri dell’Unione europea è stimata in 454 miliardi di euro, l’8,6% in più rispetto al 2025 e il 75,3% in più rispetto al 2021. Gli investimenti dovrebbero raggiungere quasi 163 miliardi di euro, pari a circa il 36% della spesa complessiva.
Sono cifre rilevanti, ma l’aumento della spesa
non garantisce automaticamente un incremento equivalente della capacità
militare.
Frammentazione delle piattaforme, varianti
nazionali, catene di fornitura separate, cicli di acquisizione lunghi e
capacità produttiva insufficiente possono ridurre il rendimento strategico
degli investimenti. La Commissione europea riconosce esplicitamente che la base
industriale della difesa rimane frammentata, dominata da mercati nazionali
relativamente piccoli e priva, in diversi settori, della capacità di produrre
alla scala e alla velocità richieste.
La capacità industriale, inoltre, non coincide
con la semplice possibilità di assemblare un mezzo. La scala richiede domanda
prevedibile, accesso ai componenti critici, software, competenze,
infrastrutture di prova, manutenzione e filiere capaci di sostenere
l’aggiornamento continuo.
La sovranità industriale non significa quindi
necessariamente produrre tutto all’interno dello stesso Paese.
Significa conoscere le dipendenze critiche,
controllare o rendere sostituibili i nodi più importanti della catena del
valore, disporre di alternative e conservare la capacità di aumentare o
riconfigurare la produzione quando una filiera viene sottoposta a pressione.
In questo senso sovranità e autosufficienza
non sono sinonimi.
Architetture aperte, interfacce comuni,
modularità, interoperabilità e produzione cooperativa possono rafforzare la
resilienza proprio perché consentono di integrare più facilmente sistemi
differenti, aumentare le economie di scala e ridurre la dipendenza da singole
piattaforme, componenti o fornitori. La stessa strategia europea lega
interoperabilità, produzione collaborativa e domanda pluriennale alla capacità
di aumentare volumi e ridurre tempi di consegna.
La prontezza
non è più una condizione binaria
A questa trasformazione industriale si aggiunge
un problema operativo meno visibile: la prontezza.
Le categorie di pace, crisi e guerra restano
necessarie alla pianificazione, ma i confini fra queste condizioni sono
diventati meno netti. Le forze armate possono essere chiamate ad attraversare
ripetutamente livelli differenti di pressione, competizione e conflitto, senza
una transizione lineare e irreversibile dall’uno all’altro.
Mantenere permanentemente uomini, mezzi e scorte
al massimo livello di allerta sarebbe insostenibile. Prepararsi soltanto alla
grande mobilitazione sarebbe però altrettanto insufficiente di fronte a
pressioni prolungate, crisi limitate o rapide variazioni dell’ambiente
operativo.
La prontezza deve quindi diventare modulabile
e rigenerabile: capacità di aumentare rapidamente il livello operativo,
sostenerlo per il tempo necessario e successivamente recuperare senza consumare
irreversibilmente personale, scorte e organizzazione.
Il problema non consiste soltanto nell’essere
pronti alla guerra. Consiste nel restare pronti quando anche la pace diventa
una condizione contesa.
Dove si sposta
il valore
La guerra terrestre sta progressivamente passando
da una competizione centrata soprattutto sulle prestazioni delle singole
piattaforme a una competizione fra architetture di forza.
Questo non rende secondarie le caratteristiche
tradizionali. Un Main Battle Tank deve continuare a proteggere l’equipaggio,
muoversi e colpire; un IFV deve accompagnare la fanteria; un mezzo logistico
deve raggiungere le unità che sostiene.
Cambia però il rendimento di queste
caratteristiche quando vengono considerate isolatamente.
La capacità di combattimento dipende sempre più
da ciò che collega i mezzi: sensori, comunicazioni, comando e controllo, guerra
elettronica, droni, UGV, protezione anti-drone, software e logistica. Il carro
armato rimane quindi una componente fondamentale della forza pesante, ma il suo
valore cresce o diminuisce in funzione della qualità dell’architettura nella
quale opera e della capacità di quella stessa architettura di continuare a
funzionare sotto attacco.
Lo stesso vale per la robotica. Gli UGV
modificano le missioni nelle quali è necessario esporre una persona; la
cooperazione uomo-macchina si estende progressivamente anche alla cooperazione
fra sistemi senza equipaggio. Modularità e software rendono più semplice
trasferire funzioni e aggiornamenti fra piattaforme differenti; la logistica
determina per quanto tempo una formazione può continuare a combattere; la base
industriale quanto rapidamente può recuperare dalle perdite.
La vera trasformazione non consiste quindi nel
drone che sostituisce il carro armato, ma nel fatto che carro armato, veicolo
da fanteria, drone, robot terrestre, soldato, rete logistica e fabbrica stanno
diventando componenti interdipendenti dello stesso sistema operativo militare.
Il futuro della guerra terrestre non sarà deciso
dal Main Battle Tank più potente, dal drone meno costoso o dall’algoritmo più
avanzato considerati separatamente.
Sarà deciso dalla forza capace di trasformare più
rapidamente informazione in decisione, decisione in effetto e perdite in nuova
capacità combattente.
Nota sulle
conversioni valutarie
Le equivalenze in euro riportate nel testo sono
calcolate utilizzando i tassi di cambio di riferimento della Banca centrale
europea del 15 settembre 2026 e arrotondate per facilitarne la lettura: 1
euro = 1,1539 dollari USA; 178,86 yen giapponesi; 1.568,32 won sudcoreani.
I tassi BCE sono pubblicati a fini informativi e non sono destinati
all’utilizzo nelle transazioni.






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