Dal drone al sistema: la normalizzazione dell’unmanned marittimo


L’unmanned non è più una categoria di veicoli. Sta diventando un’architettura operativa del dominio marittimo.

L’unmanned marittimo sta superando la fase del dimostratore non perché la robotica navale sia improvvisamente diventata matura in ogni suo segmento, ma perché è cambiata la natura del problema operativo.

Offshore energy, cavi sottomarini, porti, fondali, pesca illegale, sorveglianza ambientale, mine countermeasures e sicurezza marittima richiedono ormai osservazione regolare, catene dati verificabili e riduzione dell’esposizione umana in ambienti nei quali la presenza fisica non coincide necessariamente con maggiore controllo.

Il passaggio da demo a default nasce qui: non nel singolo drone marino, ma nella sua integrazione in architetture di sensing, telemetria, comando e controllo, decision support e gestione del rischio.

In questa prospettiva, l’unmanned non è una famiglia di mezzi. È una nuova architettura operativa del dominio marittimo.

Lessico operativo minimo

Per evitare ambiguità, alcune sigle vanno fissate subito.

USV — Uncrewed Surface Vehicle: veicolo di superficie senza equipaggio, impiegato per survey, sorveglianza, supporto remoto, raccolta dati o missioni di sicurezza.

UUV — Uncrewed Underwater Vehicle: categoria generale di veicoli subacquei senza equipaggio, autonomi o controllati da remoto.

AUV — Autonomous Underwater Vehicle: veicolo subacqueo autonomo, programmato per eseguire missioni senza controllo continuo da remoto.

ROV — Remotely Operated Vehicle: veicolo subacqueo controllato da remoto, spesso collegato via cavo a una nave, a una piattaforma o a una stazione di controllo.

UMS — Uncrewed Maritime Systems: categoria ampia che comprende sistemi unmanned di superficie, subacquei e, in alcuni contesti, anche aerei impiegati nel dominio marittimo.

LARS — Launch and Recovery System: sistema di lancio e recupero di veicoli unmanned, componente critica quando USV, AUV o ROV devono operare in mare reale e non in ambiente controllato.

C2 — Command and Control: insieme di sistemi, procedure e responsabilità che consentono di pianificare, dirigere, monitorare e, se necessario, interrompere una missione.

System-of-systems: architettura in cui piattaforme, sensori, reti dati, centri di comando, AI e operatori umani funzionano come componenti di un sistema integrato.

Data integrity: garanzia che il dato raccolto, trasmesso e usato per decidere non sia alterato, ambiguo, non tracciabile o non verificabile.

La distinzione tra ROV e AUV non è gerarchica, ma mission-oriented. Il ROV resta lo strumento naturale per ispezioni ravvicinate, interventi puntuali e controllo umano diretto; l’AUV diventa più adatto quando la priorità è eseguire missioni ripetibili, autonome e data-intensive su aree più estese.

Queste definizioni non sono un dettaglio terminologico. Servono a distinguere il veicolo dalla missione, la missione dall’architettura e l’architettura dalla governance del dato.

La tesi: il default non è il drone, è il sistema

Per anni, i sistemi unmanned sono stati raccontati come progetti pilota, prototipi, dimostrazioni tecnologiche o programmi di innovazione. Oggi quel linguaggio non basta più.

Il cambiamento non consiste nell’aggiungere un USV o un AUV a un’operazione marittima tradizionale. Il cambiamento consiste nel ridisegnare l’operazione attorno alla possibilità di osservare, misurare, trasmettere e decidere con maggiore regolarità.

I tre driver più visibili sono noti: safety, qualità del dato e pressione sui costi. Ma questi driver sono solo la superficie. Sotto c’è una trasformazione più profonda: il dominio marittimo sta diventando data-centric, e il valore operativo si sposta dal singolo mezzo alla continuità della catena informativa.

Un’ispezione offshore non produce solo immagini. Produce evidenze.

Una survey non produce solo una mappa. Produce una baseline confrontabile nel tempo.

Una missione di sorveglianza non produce solo presenza. Produce detection, classification, prioritization e, quando necessario, escalation verso operatori umani.

In questo quadro, la domanda non è più se una macchina possa sostituire una persona. La domanda corretta è dove la presenza umana aggiunge giudizio, responsabilità e capacità decisionale; e dove invece introduce esposizione, costo, latenza o discontinuità.

La maturità non significa piena autonomia generalizzata

Questo punto va chiarito subito. Il passaggio da demo a default non significa che la piena autonomia underwater sia già una condizione omogenea del mercato.

Nei sistemi subacquei, la maggior parte delle piattaforme operative resta collocata tra autonomia supervisionata e autonomia parziale: missioni pre-programmate, capacità di adattamento limitata, dipendenza da vincoli di navigazione, comunicazione, energia e percezione. I ROV restano sistemi teleoperati; molti AUV moderni eseguono missioni autonome, ma ancora entro parametri definiti a monte.

La piena autonomia, intesa come capacità di navigare, percepire, adattarsi e decidere in tempo reale in ambienti complessi senza intervento esterno, resta una traiettoria tecnologica. Non è ancora uno standard diffuso.

Questo non indebolisce la tesi. La rende più precisa.

L’unmanned diventa default non perché ogni piattaforma sia pienamente autonoma, ma perché le organizzazioni stanno imparando a integrare livelli diversi di autonomia dentro architetture operative ibride: ROV per intervento ravvicinato, AUV per survey e mappatura, USV per superficie e relay, sensori fissi per monitoraggio, AI per analisi e operatori umani per supervisione, validazione e decisione.

Il default non è l’autonomia cieca. È l’architettura ibrida.

Data integrity: il vero cuore dell’unmanned marittimo

Il cuore della trasformazione non è l’autonomia in sé. È l’integrità della catena dati.

Un AUV che raccoglie immagini, sonar, misure chimiche, batimetriche o geofisiche produce valore solo se quei dati sono georeferenziati, temporalmente coerenti, verificabili, confrontabili e trasferiti senza perdita di significato. In assenza di questa catena, l’unmanned diventa solo una modalità più sofisticata per generare rumore informativo.

La qualità della catena dati inizia dal payload. Trattare un side-scan sonar come un sensore generico è un errore operativo: un sonar di base può aiutare a rilevare oggetti, ma non produce lo stesso livello di affidabilità di un sistema integrato su AUV, di un multi-beam side-scan o di un synthetic aperture sonar.

Nelle missioni più esigenti — survey, mine countermeasures, classificazione oggetti, ispezione infrastrutturale — la differenza non è estetica: riguarda velocità di copertura, risoluzione, confidence classification e riduzione dei passaggi necessari.

Lo stesso vale per la visione ottica underwater. Non basta fissare una camera a un ROV o a un AUV: visibilità, torbidità, illuminazione, backscatter, corrosione, pressione, protocolli video, latenza e consumo energetico determinano se l’immagine sarà realmente utilizzabile. Anche qui l’integrazione conta più del singolo componente.

Per edge AI non si deve intendere una formula generica. Significa elaborare una parte dei dati vicino al punto di raccolta — a bordo del veicolo, del sensore o del nodo operativo — riducendo latenza, traffico di rete e dipendenza da collegamenti continui.

Ma più l’elaborazione si avvicina al bordo della rete, più diventa importante sapere cosa è stato misurato, cosa è stato filtrato, cosa è stato classificato, cosa è stato trasmesso e cosa è stato deciso da un operatore umano.

La maturità dell’unmanned marittimo non si misura solo in endurance, payload o autonomia di navigazione. Si misura nella capacità di rendere auditabile l’intera sequenza: mission planning, acquisizione, trasmissione, analisi, archiviazione e decisione.

Da missione episodica a osservazione regolare

Il mare è un ambiente discontinuo per l’uomo, ma continuo per il rischio. Correnti, corrosione, traffico, pesca illegale, attività ostili, erosione del fondale, vulnerabilità dei cavi, variabilità meteo-marina e dinamiche ecosistemiche non attendono la prossima campagna di ispezione.

Per questo l’unmanned è così rilevante: permette di ridurre il divario tra la frequenza del rischio e la frequenza dell’osservazione.

In un contesto offshore, questa logica cambia il modo in cui si valuta un’infrastruttura. Non si guarda più solo allo stato puntuale di una condotta, di un cavo, di una fondazione o di un fondale. Si costruisce una serie temporale. Si osservano deviazioni. Si identificano pattern. Si riducono le incertezze.

La robotica non sostituisce l’ispezione. La trasforma in osservabilità.

Un ulteriore passaggio riguarda l’affidabilità commerciale dell’autonomia. Nelle missioni AUV più mature, il valore non è soltanto l’endurance dichiarata, ma la possibilità di lasciare il veicolo operare per molte ore con un livello di fiducia sufficiente a consentire operazioni concorrenti della nave madre.

In altre parole, l’AUV non è più un asset da seguire passo passo: diventa una componente autonoma del piano di missione, capace di raccogliere dati mentre equipaggio e vessel time vengono riallocati ad altre attività.

È qui che l’autonomia produce valore economico concreto. Non perché cancella la nave o l’operatore, ma perché riduce l’inerzia operativa: meno attesa, meno duplicazione di campagne, migliore uso delle finestre meteo, maggiore copertura e più dati utili per unità di tempo offshore.

Anche endurance e disponibilità stanno cambiando la grammatica operativa. Test industriali recenti su AUV long-range e resident AUV indicano una direzione chiara: meno recuperi, meno rilanci, maggiore durata utile della missione e migliore uso del tempo nave. Il dato va letto con cautela, perché spesso proviene da comunicazioni aziendali; ma la direzione è coerente con l’evoluzione del settore.

NOAA: quando l’unmanned entra nella catena decisionale

La normalizzazione dell’unmanned non avviene solo nella difesa. Il caso NOAA è particolarmente utile perché riguarda osservazione ambientale, survey, modelli previsionali e gestione dati.

Nel report Uncrewed Marine Systems Highlights Report for Fiscal Year 2024, pubblicato nel 2025, NOAA descrive gli UMS come parte del proprio toolkit ordinario di osservazione ambientale. Nel FY 2024, l’agenzia ha dispiegato UMS attraverso la U.S. Exclusive Economic Zone per raccogliere osservazioni ambientali, mappare fondali, supportare previsioni meteorologiche e contrastare pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata.

Il caso dei glider oceanografici per la stagione uragani 2024 è particolarmente forte. NOAA riporta 130.839 profili temperatura/salinità raccolti da 104 deployment, per 4.299 glider-days in mare. I dati sono stati trasmessi attraverso la catena IOOS Glider Data Assembly Center, National Data Buoy Center e Global Telecommunications System, fino all’ingestione nei modelli globali di previsione.

Sempre nel perimetro della stagione rendicontata, NOAA indica che i dati glider sono stati assimilati nei modelli per il 100% degli uragani che hanno toccato terra negli Stati Uniti, e che dal 2018 sono stati raccolti oltre 840.000 profili.

Questo è il punto chiave: il valore non è il veicolo. Il valore è la pipeline. Sensore, piattaforma, trasmissione, assemblaggio, distribuzione, modello e decisione diventano un’unica catena operativa.

Il segnale strategico: UNIDIR e la normalizzazione degli UMS

UNIDIR, nel report 2025 Changing Tides in Maritime Warfare, ha identificato 60 programmi di sviluppo di uncrewed maritime systems in 17 Paesi nel periodo 2019–2024. Si tratta di sistemi destinati a intelligence, surveillance and reconnaissance — ISR — anti-submarine warfare — ASW — mine countermeasures e, in alcuni casi, azioni offensive.

Il report usa una formulazione prudente ma significativa: “quasi metà” dei sistemi analizzati può essere armata. UNIDIR registra inoltre oltre 40 attacchi con UMS nel periodo considerato, con una forte accelerazione dal 2023.

Questo dato è importante perché sposta il tema fuori dalla nicchia tecnologica. Non siamo davanti a pochi prototipi avanzati, ma a una famiglia di sistemi che entra stabilmente nei programmi militari, industriali e regolatori di più aree geopolitiche.

UNIDIR segnala anche un problema regolatorio: molti UMS restano difficili da classificare nelle categorie tradizionali del Registro ONU delle armi convenzionali, costruite attorno a piattaforme più grandi, più lente, più costose e più facilmente tracciabili.

Qui si vede il primo vero cambio di categoria. I sistemi unmanned marittimi non sono più solo strumenti operativi. Sono anche oggetti regolatori difficili da inquadrare.

Polizia marittima: non una piattaforma, ma una combinazione di missioni

La stessa logica vale per le attività di polizia marittima, intese in senso ampio: controllo delle acque, contrasto alla pesca illegale, sorveglianza portuale, anti-pirateria, tutela ambientale, raccolta di evidenze e ispezione di aree difficili.

USV, UAV, UUV e robot autonomi non hanno lo stesso profilo operativo. I primi offrono persistenza, stabilità e capacità di payload in superficie; i secondi velocità e campo visivo; i sistemi underwater accesso subacqueo e discrezione; i robot di prossimità capacità di ispezione in spazi confinati o ambienti troppo rischiosi per il personale.

La maturità non consiste quindi nell’impiego isolato di una piattaforma, ma nella composizione di sistemi eterogenei coerenti con la missione.

Per contrasto alla pesca illegale, sorveglianza portuale, anti-pirateria, tutela ambientale, raccolta di evidenze e ispezione di aree difficili, il punto non è scegliere “il drone migliore”. Il punto è allineare obiettivo operativo, ambiente marittimo, rischio, capacità del sistema e valore probatorio del dato raccolto.

Questo introduce un tema spesso sottovalutato: la qualità del dato non è solo tecnica. È anche istituzionale. Un’immagine, una traccia sonar o una telemetria possono sostenere una decisione solo se la catena di acquisizione, trasmissione e conservazione è coerente con finalità operative, legali e amministrative.

Cavi sottomarini: il mare come infrastruttura critica

La stessa logica di integrità della catena dati, già vista per gli AUV e i glider, si applica ora ai cavi sottomarini: non basta rilevare un’anomalia, bisogna poterne certificare origine, tempo e affidabilità. È qui che l’unmanned smette di essere solo sensore e diventa parte della resilienza dell’infrastruttura.

Il caso dei cavi sottomarini chiarisce perché l’unmanned stia diventando default. L’Unione europea ha adottato nel febbraio 2025 un Action Plan on Cable Security costruito attorno a un ciclo di resilienza che include prevenzione, rilevazione, risposta/riparazione e deterrenza.

Il punto non è solo proteggere un cavo. È costruire una capacità di sorveglianza marittima in grado di collegare dati da più fonti: satelliti, sensori, piattaforme di superficie, sistemi subacquei, navi, centri di controllo e autorità pubbliche.

La protezione del fondale non può essere ridotta a una singola piattaforma. Richiede una sequenza multilivello: protezione fisica di cavi e condotte, monitoraggio regolare con droni e sensori, sorveglianza di superficie tramite radar, AIS e satellite, fusione near-real-time dei dati, rilevazione di anomalie, geofencing e capacità di risposta.

Anche qui l’unmanned non è il punto d’arrivo. È uno degli strati di una più ampia architettura di resilienza.

OceanEye: l’Europa prova a industrializzare l’ocean intelligence

OceanEye porta questa traiettoria dentro una strategia europea più ampia. La Commissione europea punta a fare dell’UE un leader globale dell’ocean intelligence entro il 2035, con l’obiettivo di contribuire al 35% del Global Ocean Observing System e di conquistare il 35% del mercato delle tecnologie di osservazione oceanica.

È importante trattare questi numeri per ciò che sono: target policy, non previsioni automatiche.

Il pacchetto finanziario iniziale è significativo: oltre 92 milioni di euro mobilitati attraverso programmi UE esistenti, in particolare Horizon Europe ed European Innovation Council, articolati in 50 milioni per il monitoraggio globale, 12 milioni per sistemi dati resilienti e 30 milioni per start-up e innovazione ocean tech.

OceanEye non va letto come un programma ambientale in senso stretto. È anche politica industriale e strategica. Collega osservazione oceanica, dati, autonomia, sensori, AI, digital twin, mercato e sicurezza. In questo senso, è uno dei segnali più chiari che l’Europa sta cercando di passare da capacità frammentate a infrastruttura di ocean intelligence.

Mine countermeasures: dal dimostratore alla disponibilità operativa

Un caso particolarmente chiaro di questa transizione è rappresentato dalle mine countermeasures — MCM, cioè le operazioni di rilevamento, classificazione e neutralizzazione delle mine navali. In questo segmento, l’unmanned non è più soltanto una piattaforma di supporto: diventa una sequenza integrata di missione.

La logica operativa è ormai quella di un sistema composto: un USV opera come piattaforma di superficie, ospita sistemi di lancio e recupero — LARS — e coordina AUV o altri veicoli underwater dedicati alla detection, alla classification e, nella fase finale, alla neutralizzazione della minaccia.

Il punto non è il singolo veicolo, ma il ciclo missione: transito, rilascio, raccolta dati, comunicazione, recupero, ritorno alla piattaforma e supervisione remota.

Questo passaggio rende concreta la nozione di system-of-systems. L’autonomia non coincide con l’assenza dell’uomo, ma con la capacità di spostare l’equipaggio fuori dalla zona di rischio, mantenendo la supervisione su mission planning, controllo, validazione del dato ed escalation decisionale.

Il salto successivo è industriale. Gli ordini recenti per diverse centinaia di veicoli di neutralizzazione mine, acquisiti attraverso meccanismi NATO di procurement, mostrano che la domanda si sta spostando dalla prova tecnologica alla disponibilità in volume. Per le marine, non basta più avere il miglior prototipo: serve una capacità producibile, sostenibile, integrabile e rifornibile lungo il ciclo operativo.

In questo senso, le MCM mostrano bene la traiettoria dell’unmanned marittimo: prima dimostrazione tecnologica, poi architettura integrata, infine capacità industriale scalabile.

Dallo swarm al system-of-systems

La direzione tecnologica è visibile anche nei programmi di cooperazione tra piattaforme. L’European Defence Agency ha concluso nel 2026 la seconda fase del progetto SABUVIS II — Swarm of Biomimetic Underwater Vehicles — con l’obiettivo di passare da droni separati e debolmente collegati a sciami coordinati di AUV che operano come un sistema coerente.

Il problema underwater è particolarmente difficile: il tracciamento satellitare non funziona sotto la superficie, la banda di comunicazione è limitata, la latenza è elevata e l’ambiente è imprevedibile. Le dimostrazioni condotte durante REPMUS 2025 hanno testato coordinamento di movimento, scambio dati, controllo della formazione, esecuzione adattiva della missione e integrazione C2 tra sistemi diversi.

Il futuro non sarà fatto da una piattaforma “migliore” che sostituisce tutte le altre. Sarà fatto da architetture eterogenee: USV in superficie, AUV sott’acqua, sensori fissi sul fondale, reti acustiche, satelliti, centri C2, edge AI e operatori umani.

La domanda tecnologica cambia: non più “quanto è autonomo il veicolo?”, ma “quanto è integrabile il sistema?”.

Indo-Pacifico: il Giappone come laboratorio di architettura unmanned

Il Giappone mostra come la normalizzazione dell’unmanned marittimo non sia soltanto europea. Nell’Indo-Pacifico, la combinazione tra geografia insulare, pressione cinese, sorveglianza degli stretti, difesa delle isole sud-occidentali e scarsità di personale sta accelerando l’adozione di sistemi unmanned come componente strutturale della postura marittima.

La fonte più rilevante è il quadro di bilancio FY2026 del Ministero della Difesa giapponese. Nel documento, gli unmanned assets compaiono tra i sette settori prioritari del rafforzamento della difesa. Non sono quindi trattati come sperimentazione laterale, ma come una delle capacità centrali della postura futura.

Il programma chiave è SHIELD — Synchronized, Hybrid, Integrated and Enhanced Littoral Defense. Il Ministero lo descrive come un sistema di difesa costiera multilivello fondato sull’impiego combinato di asset unmanned aerei, di superficie e subacquei. La logica è esplicitamente asimmetrica: usare grandi quantità di UAV, USV e UUV relativamente meno costosi per integrare, alleggerire o compensare asset manned più costosi, riducendo al tempo stesso l’esposizione umana.

Per SHIELD, il budget FY2026 prevede 100,1 miliardi di yen, pari a circa 540 milioni di euro, con l’obiettivo di costruire il sistema entro il FY2027. Il pacchetto include asset diversi: UAV modulari, UAV d’attacco di piccola taglia, UAV lanciabili da unità navali, UAV imbarcati, UAV per la difesa dei radar site, piccoli USV multiuso e piccoli UUV multiuso. Il documento indica anche la ricerca di una capacità di controllo centralizzato degli asset unmanned.

Il dato più ampio è ancora più significativo: la voce giapponese unmanned asset defence capability vale 277,3 miliardi di yen, circa 1,50 miliardi di euro. Non si tratta quindi di un singolo programma navale, ma di una linea di investimento che attraversa aria, superficie, sott’acqua e comando-controllo.

Questa impostazione conferma la tesi centrale dell’articolo: il default non è il drone, ma il sistema. Nel caso giapponese, l’unmanned diventa architettura di difesa litoranea: sensori, piattaforme, relay, comunicazioni, controllo centralizzato, capacità di massa e riduzione del rischio umano.

La traiettoria giapponese resta distinta da quella europea. L’Europa guarda soprattutto a cavi sottomarini, ocean intelligence, offshore wind e resilienza del fondale; il Giappone guarda anche alla difesa distribuita delle proprie linee insulari e degli accessi marittimi. La logica però è la stessa: non piattaforme isolate, ma sistemi integrati.

Taiwan rappresenta la variante più asimmetrica dello stesso fenomeno. I nuovi USV presentati a TADTE 2025 mostrano come attori esposti a minacce superiori in scala stiano cercando capacità navali più economiche, distribuibili, containerizzabili e potenzialmente sacrificabili. È un segnale ulteriore della democratizzazione del potere navale: capacità che un tempo richiedevano flotte tradizionali entrano ora in architetture distribuite di sorveglianza, interdizione e deterrenza.

Il caso giapponese aggiunge quindi un tassello importante: l’unmanned marittimo diventa default quando convergono geografia, demografia, sicurezza, industria e infrastrutture. L’Europa e il Giappone partono da urgenze diverse, ma arrivano allo stesso punto operativo: il sistema integrato conta più della piattaforma isolata.

Europa: non una piattaforma, ma una filiera distribuita

La mappa europea dell’unmanned marittimo è meno unitaria di quella giapponese, ma proprio per questo è interessante. Non esiste un solo modello europeo. Esistono traiettorie nazionali diverse che convergono verso lo stesso risultato: integrare piattaforme, sensori, comunicazioni, C2, dati e produzione industriale.

La Germania mostra l’unmanned come estensione distribuita della flotta. La consegna del BlueWhale alla Marina tedesca nel 2026, nel quadro Kurs Marine 2035+, è significativa perché il veicolo non viene presentato come semplice AUV, ma come braccio sensoriale esteso delle piattaforme manned: reconnaissance, raccolta acustica, anti-submarine warfare, data fusion e localizzazione di mine sul fondale. I piani tedeschi su Future Combat Surface Systems, Large Unmanned Underwater Vehicles e Large Remote Missile Vessels indicano una traiettoria più ampia: la nave isolata perde centralità, mentre cresce il valore della rete.

La Francia esprime una doppia traiettoria. Da un lato, con Naval Group, agisce come prime contractor europeo su piattaforme, C2 e sistemi autonomi; dall’altro, con il CNRS e ALSEAMAR, porta l’unmanned dentro l’osservazione scientifica. La flotta di 10 glider autonomi dispiegata in Mar Ligure nel quadro France 2030 per costruire un atlante ambientale multidimensionale degli ecosistemi marini mediterranei conferma che l’unmanned non è solo difesa: è anche conoscenza oceanica, biodiversità, rumore sottomarino, correnti, vortici e cambiamento climatico.

La Spagna aggiunge il tema della miniaturizzazione, della sperimentazione navale e della capacità produttiva. Il caso SEAD23 mostra il ruolo del CEVENTA, il centro della Armada dedicato alla valutazione dei veicoli unmanned, come luogo di integrazione tra piattaforma, payload, link satellitari, radio, 5G ed esercitazioni NATO. Il caso Kronos Mini di Arquimea va invece trattato con cautela, perché appartiene al segmento delle munizioni circuitanti navali; ma segnala una tendenza tecnologica reale: piattaforme più piccole, ibride, modulari, potenzialmente producibili in scala e capaci di muoversi tra superficie e sott’acqua.

Il Portogallo appare come nodo atlantico. Non è ancora un grande polo industriale paragonabile a Francia, Germania o Italia, ma ha tre asset rilevanti: posizione geografica, infrastrutture sottomarine e sperimentazione NATO. L’accordo Portogallo–Ucraina per la produzione congiunta di droni marittimi e underwater è stato legato esplicitamente alla difesa dello spazio marittimo e delle infrastrutture critiche. Il NRP D. João II, il Multi-Purpose Vessel MPV 10720 della Marina portoghese, aggiunge la dimensione della nave madre multi-drone: UAS, USV, UUV, missioni oceanografiche, sorveglianza e monitoraggio ambientale. REPMUS e Dynamic Messenger rendono inoltre il Portogallo uno dei principali ambienti NATO di sperimentazione per sistemi unmanned marittimi.

La Lettonia mostra una traiettoria ancora diversa: l’interoperabilità. Nel luglio 2026, SUBmerge Baltic ha firmato un memorandum con Naval Group per integrare i propri droni underwater nel sistema Steeris di gestione missione e controllo unmanned. Il punto non è la scala industriale lettone, ma l’accesso a un ecosistema C2 europeo. Per una PMI baltica, entrare in una console comune può contare più che costruire un veicolo isolato. È un caso piccolo ma istruttivo: nel Baltico, dove cavi, porti, fondale e shadow fleet rendono la sorveglianza sottomarina sempre più critica, l’interoperabilità diventa valore strategico.

L’Italia, infine, si distingue per la costruzione di una filiera underwater verticalmente integrata. Secondo Strategy& / PwC Italy, il mercato italiano dei droni subacquei e di superficie valeva 93,6 milioni di euro nel 2024 e dovrebbe arrivare a 217,6 milioni entro il 2030. La stessa analisi segnala oltre 45 progetti attivi, investimenti del Polo Nazionale della dimensione Subacquea superiori a 115 milioni di euro e un ruolo crescente degli UUV, che nel forecast rappresentano il 63% del mercato italiano al 2030.

Questi numeri non sono enormi in assoluto, ma indicano una traiettoria. Il mercato non nasce soltanto dalla domanda di “droni”. Nasce dalla convergenza tra protezione di infrastrutture critiche, ricerca scientifica, esplorazione del fondale, monitoraggio ambientale, difesa, autonomia AI, sensori avanzati, materiali e sistemi energetici di nuova generazione.

Fincantieri ha presentato DEEP come sistema integrato per protezione, sviluppo e manutenzione di infrastrutture subacquee critiche e aree portuali, con funzioni anche di monitoraggio ambientale. L’architettura include una rete di sensori underwater per early warning, un centro di comando e controllo, una squadra di AUV con diversi livelli di autonomia e coordinamento, e un sistema AI dedicato all’analisi e al processing dei dati.

Il dato industriale più recente rafforza ulteriormente il quadro. Nel luglio 2026 Fincantieri ha annunciato accordi per acquisire partecipazioni di maggioranza in quattro società italiane attive nell’underwater: Next Geosolutions, WSense, Graal Tech e Defcomm, con esborso iniziale di circa 600 milioni di euro.

È rilevante che Fincantieri non presenti l’operazione come semplice acquisizione di piattaforme, ma come costruzione di un operatore underwater verticalmente integrato: un modello che collega hardware, software, telecomunicazioni, piattaforme e servizi lungo l’intera catena del valore. Il lessico industriale è significativo: Fincantieri parla ormai di Underwater as a Service, cioè di un modello in cui survey, comunicazioni, piattaforme, IMR, droni e dati vengono orchestrati come servizio integrato, non come semplice vendita di mezzi.

In questa prospettiva, il dato industriale non è solo crescita di mercato. È ricomposizione della filiera attorno a sensori, veicoli, comunicazioni underwater, AI, centri C2 e pipeline dati.

Il mercato europeo AUV: crescita, ma da leggere con cautela

Anche il mercato europeo degli AUV conferma la traiettoria. Secondo una stima privata di MarketsandMarkets, il valore del mercato europeo degli Autonomous Underwater Vehicles dovrebbe passare da circa 1,05 miliardi di euro nel 2025 a circa 1,52 miliardi di euro nel 2030 — equivalenti rispettivamente a 1,20 e 1,74 miliardi di dollari — con un CAGR del 7,8%.

Il dato va trattato come stima di mercato privata, non come previsione istituzionale; resta però indicativo della direzione industriale. Offshore wind, infrastrutture subsea, mappatura ad alta risoluzione del fondale, monitoraggio ambientale e maritime security stanno spingendo la domanda europea di piattaforme autonome underwater.

La composizione competitiva descritta dalla stessa fonte — con operatori norvegesi, svedesi, britannici, francesi e italiani — conferma che l’Europa non sta costruendo solo singole piattaforme, ma una filiera distribuita di navigazione, payload, sensoristica, robotica, survey, MCM, infrastrutture subsea e servizi offshore.

Kongsberg, Saab, BAE Systems, Exail e Saipem rappresentano traiettorie diverse della stessa filiera: navigazione e sensoristica oceanica, piattaforme ibride AUV/ROV, sistemi undersea militari, robotica marittima/MCM e ispezione offshore residente.

Nota metodologica: la conversione euro/dollaro è indicativa e arrotondata; i valori originali della fonte sono in dollari.

La dimensione europea dell’industria underwater

Il movimento non è solo italiano.

Sempre nel luglio 2026, Thales ha firmato un accordo per acquisire una partecipazione iniziale del 35,51% in Exail Technologies, con successiva offerta obbligatoria sul capitale residuo. L’operazione resta soggetta alle approvazioni previste e non va letta come già perfezionata: il closing della prima fase è atteso nel secondo semestre 2027.

Il razionale industriale indicato da Thales riguarda maritime robotics, navigazione inerziale, mine countermeasures e anti-submarine warfare.

Le stime Thales–Exail sul mercato addressable dell’unmanned anti-submarine warfare — da 85 miliardi di euro nel 2025 a oltre 700 miliardi di euro nel 2030, escluso retrofit — vanno trattate come proiezioni delle parti coinvolte in un’operazione di M&A, non come previsione indipendente.

Anche qui il segnale è chiaro: le tecnologie underwater, la robotica marina e la capacità di integrare sistemi autonomi in missioni dual-use stanno diventando asset strategici per i grandi player europei della difesa e della cantieristica avanzata.

Il mare subacqueo, a lungo trattato come dominio specialistico, entra così nel perimetro della competizione industriale europea: non solo come mercato, ma come spazio tecnologico, infrastrutturale e strategico.

Perché il default non significa autonomia cieca

L’unmanned come default non significa automazione indiscriminata. Al contrario, più i sistemi diventano autonomi, più serve governance.

L’integrazione dell’AI introduce un problema di tempo decisionale. Quando il sistema rileva, classifica, prioritizza e reagisce su scale temporali inferiori a quelle della deliberazione umana, il nodo non è più solo “chi controlla il veicolo”, ma se l’operatore conserva una capacità effettiva di comprensione, supervisione e intervento.

È il tema del meaningful human control: senza una soglia credibile di controllo umano, l’autonomia rischia di comprimere responsabilità, attribuzione giuridica e accountability operativa.

Questo vale ancora di più quando entrano in gioco sistemi militari o dual-use. La classificazione giuridica di un veicolo unmanned non è univoca: può dipendere da dimensioni, registrazione, capacità tecniche, modalità di comando, funzione d’impiego e relazione con una nave madre o con una forza armata.

Ne deriva un problema strutturale: mentre la tecnologia tende a convergere verso architetture ibride e modulari, il diritto continua spesso a ragionare per categorie nate attorno a piattaforme manned, registrate e fisicamente comandate a bordo.

Il rischio non è solo tecnico. È operativo, legale, assicurativo, cyber e politico. Chi valida il dato? Chi decide l’escalation? Chi risponde se un algoritmo classifica male un oggetto? Qual è il livello minimo di explainability richiesto per un sistema usato in protezione infrastrutturale? Come si certifica una survey condotta da un AUV? Come si garantisce che la catena telemetry non sia stata alterata?

Queste domande diventeranno più importanti della prestazione nominale delle piattaforme.

Il default non può essere “lasciare fare alla macchina”. Deve essere un’architettura ibrida, in cui i sistemi autonomi presidiano scala, ripetibilità, riduzione dell’esposizione e continuità operativa, mentre l’essere umano resta centrale nei punti di responsabilità, interpretazione e decisione.

L’unmanned ridisegna il lavoro umano, non lo cancella

La narrativa più povera sull’unmanned è quella della sostituzione. Uomo contro macchina. Equipaggio contro algoritmo. Presenza fisica contro autonomia.

Nel dominio marittimo questa opposizione è fuorviante. L’unmanned non elimina il lavoro umano. Lo sposta verso funzioni a maggiore valore: pianificazione della missione, supervisione, interpretazione, gestione del rischio, validazione del dato, manutenzione avanzata, cybersecurity, integrazione operativa e decisione.

La figura chiave non è il pilota remoto come semplice sostituto dell’operatore in mare. È l’architetto di missione. È il data operator. È l’ingegnere di sistema. È il responsabile della catena di affidabilità che collega fondale, superficie, rete, modello e decisione.

Questa è la vera normalizzazione: non il drone che prende il posto dell’uomo, ma il sistema che costringe l’organizzazione a ripensare dove collocare competenza, rischio e responsabilità.

Il default è il sistema

Il punto non è stabilire se il futuro sarà manned o unmanned. Questa è già una falsa dicotomia.

Il futuro sarà composto da architetture ibride, nelle quali la presenza umana resta centrale nei punti di giudizio, responsabilità e decisione, mentre piattaforme autonome e remote presidiano rischio, ripetibilità, copertura e volume dati.

UNIDIR mostra che gli UMS sono ormai una questione strategica e regolatoria. NOAA mostra che sono già strumenti ordinari di osservazione e previsione. L’Unione europea li inserisce dentro la protezione dei cavi sottomarini e l’ocean intelligence. L’Indo-Pacifico, con il caso giapponese, mostra come l’unmanned stia diventando architettura di difesa litoranea. L’Europa mostra una filiera distribuita fatta di Italia, Francia, Germania, Spagna, Portogallo, Lettonia e grandi player industriali. Il mercato segnala crescita; la politica industriale segnala consolidamento; le marine segnalano integrazione; la scienza segnala osservazione regolare.

La transizione da demo a default non è quindi una storia di gadget tecnologici.

È la storia di un dominio marittimo che diventa osservabile, misurabile, connesso e computabile.

Il default non è il drone.

Il default è il sistema.

Fonti principali

Quadro strategico e regolatorio

UNIDIR — Changing Tides in Maritime Warfare, 2025
https://unidir.org/publication/changing-tides-in-maritime-warfare-closing-the-reporting-gap-on-uncrewed-maritime-systems-in-the-united-nations-register-of-conventional-arms
https://unidir.org/wp-content/uploads/2025/02/UNIDIR_Changing-Tides_in_Maritime_Warfare.pdf

EU Action Plan on Cable Security — JOIN (2025)9
https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=celex%3A52025JC0009

European Defence Agency — SABUVIS II, 2026
https://eda.europa.eu/news-and-events/news/2026/02/17/eda-project-develops-technology-for-underwater-drones-to-move-in-swarms

Osservazione oceanica e dati

NOAA — Uncrewed Marine Systems Highlights Report FY 2024, 2025
http://repository.library.noaa.gov/view/noaa/71186
https://repository.library.noaa.gov/view/noaa/71186/noaa_71186_DS1.pdf

OceanEye — Commissione europea, 2026
https://oceans-and-fisheries.ec.europa.eu/science-observation-and-data/oceaneye_en
https://commission.europa.eu/news-and-media/news/oceaneye-placing-eu-forefront-ocean-observation-2026-06-03_en

CNRS — flotta di 10 glider autonomi in Mar Ligure / France 2030
https://www.insu.cnrs.fr/fr/cnrsinfo/une-premiere-flotte-de-10-gliders-deployes-pour-lexploration-des-ecosystemes-marins

Industria underwater e filiera europea

Strategy& / PwC Italy — Above and below water drones market 2026
https://www.strategyand.pwc.com/it/en/industries/aerospace-defense/water-drones-market-26.html
https://www.strategyand.pwc.com/it/en/assets/pdf/sea-drones-report.pdf

Fincantieri — DEEP underwater drone system
https://www.fincantieri.com/en/newsroom/press-releases/2025/fincantieri-launches-the-first-integrated-underwater-drone-system
https://www.fincantieri.com/it/newsroom/news-e-comunicati-stampa/2025/fincantieri-mette-in-acqua-il-primo-sistema-integrato-di-droni-subacquei-deep

Fincantieri — acquisizioni underwater, luglio 2026
https://www.fincantieri.com/en/newsroom/press-releases/2026/fincantieri-creates-an-international-underwater-champion-acquisition

Thales — acquisizione Exail, luglio 2026
https://www.thalesgroup.com/en/news-centre/press-releases/thales-acquire-gorge-familys-stake-exailwith-view-launching-tender-offer

Autonomia, AI e controllo umano

Engineering Applications of Artificial Intelligence — Rohan et al., Full autonomy in underwater robotics systems: A realistic prospect?, 2025
https://doi.org/10.1016/j.engappai.2025.112638

Scandinavian Journal of Military Studies — Biletskyi, Tyshchuk, Mandziuk, Autonomous Systems and the Speed of Battle, 2026
https://doi.org/10.31374/sjms.441

Frontiers in Marine Science — Wu, Sun, Yang, The application of unmanned vehicle systems during the course of maritime law enforcement, 2025
https://doi.org/10.3389/fmars.2025.1672951

Casi nazionali e programmi operativi

TKMS — BlueWhale delivered to German Navy
https://www.tkmsgroup.com/news/article/autonomous-underwater-vehicle-bluewhale-handed-over-to-german-navy-delivery-by-tkms-and-israel-aerospace-industries-as-part-of-the-kurs-marine-2035-program

Naval Group — drones and autonomous systems / Steeris
https://www.naval-group.com/en/drones

SUBmerge Baltic / Naval Group — LSM, Latvian Public Broadcasting
https://eng.lsm.lv/article/economy/business/09.07.2026-latvian-submerge-to-work-with-industry-giant-naval-group.a654425/

Note metodologiche

Le conversioni in euro sono indicative e arrotondate. Per i cambi EUR/USD ed EUR/JPY è stato usato il riferimento della Banca Centrale Europea:
https://www.ecb.europa.eu/stats/policy_and_exchange_rates/euro_reference_exchange_rates/html/eurofxref-graph-usd.en.html
https://www.ecb.europa.eu/stats/policy_and_exchange_rates/euro_reference_exchange_rates/html/eurofxref-graph-jpy.en.html

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