Canada e Unione europea: l’alleanza oltre la geografia


La proposta di Ursula von der Leyen di fare del Canada il primo «membro 
associato» dell’Unione europea ha aperto un dossier che va molto oltre la denominazione scelta a Strasburgo. Mark Carney ha accolto l’ambizione, spostandone però il baricentro sulla sostanza: minerali critici, difesa, energia, intelligenza artificiale, capacità di calcolo, spazio, pagamenti, ricerca, mobilità e servizi finanziari. Dietro il progetto esiste già una relazione economica da 130 miliardi di euro l’anno e una rete di investimenti transatlantici nell’ordine delle centinaia di miliardi di dollari canadesi. Non un’adesione all’UE né un progetto di autosufficienza: la strategia canadese punta a rafforzare la sovranità attraverso interdipendenze più distribuite e una «resilienza collettiva».

Per due giorni, a Strasburgo, Canada e Unione europea hanno discusso dello stesso futuro utilizzando due linguaggi differenti.

Il 16 settembre 2026, durante il discorso sullo Stato dell’Unione, Ursula von der Leyen si è rivolta direttamente al primo ministro canadese Mark Carney, presente nell’emiciclo del Parlamento europeo, proponendo di lavorare affinché il Canada possa diventare il primo «membro associato» dell’Unione europea. La presidente della Commissione ha collocato la proposta dentro una più ampia Alliance for the Future comprendente manifattura avanzata, tecnologia, basi industriali della difesa, Artico, energia, minerali critici, batterie, intelligenza artificiale, tecnologie quantistiche, cibersicurezza e sicurezza economica.

Il giorno successivo Carney ha risposto davanti allo stesso Parlamento. Ha accolto esplicitamente l’ambizione europea, senza tuttavia fare propria la formula «membro associato», e ha scelto invece di definire ciò che la nuova relazione dovrebbe concretamente permettere di realizzare. Nel suo intervento ha parlato di minerali critici, difesa, energia, intelligenza artificiale, capacità di calcolo, infrastrutture digitali, spazio, sistemi di pagamento, mobilità, ricerca e persino di una futura maggiore integrazione dei servizi finanziari.

È una distinzione essenziale. Ottawa non ha presentato domanda di adesione all’UE. Quello che sta emergendo è qualcosa di più difficile da classificare: il tentativo di trasformare una rete già consistente di accordi commerciali, scientifici, digitali, energetici e di sicurezza in una forma di integrazione funzionale molto più profonda fra l’Unione e un grande Paese non europeo.

Un nome che precede ancora l’istituzione

La prima cautela riguarda il diritto dell’Unione.

L’articolo 49 del Trattato sull’Unione europea disciplina l’adesione degli Stati europei. Il Canada non appartiene a questa fattispecie e non sta utilizzando quella procedura.

Esiste però uno strumento differente. L’articolo 217 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea consente all’UE di concludere con Paesi terzi accordi di associazione, caratterizzati da diritti e obblighi reciproci, azioni comuni e procedure particolari.

L’associazione è dunque una categoria giuridica esistente. Il «membro associato dell’Unione europea», inteso come nuova forma di appartenenza collocata fra Paese terzo e Stato membro, non lo è ancora.

La proposta di von der Leyen ha quindi anticipato l’architettura che dovrebbe darle sostanza. Prima di un eventuale mandato negoziale non è possibile stabilire quali politiche dell’UE diventerebbero accessibili al Canada, quale allineamento normativo verrebbe richiesto o quali diritti di partecipazione verrebbero concessi.

Per Ottawa, almeno per ora, il contenuto conta più della denominazione.

Carney: la sovranità non coincide con l’autosufficienza

Il discorso del 17 settembre offre la principale chiave interpretativa dell’intero dossier.

Per Carney, le economie contemporanee dipendono da infrastrutture, tecnologie, mercati finanziari e catene di approvvigionamento che generano efficienza, ma possono produrre anche vulnerabilità. Dazi, sistemi finanziari, accesso ai mercati e tecnologie possono diventare strumenti di pressione.

La sovranità, nella sua impostazione, non richiede che un Paese produca autonomamente tutto ciò di cui necessita. Richiede invece un accesso sufficientemente sicuro a intelligenza artificiale, semiconduttori, minerali critici, sistemi di pagamento, tecnologie energetiche, vaccini e comunicazioni spaziali.

Nessuna economia avanzata possiede da sola tutte queste capacità.

Da qui la formula probabilmente più importante del discorso:

«The objective is not self-sufficiency. It is collective resilience.»

L’obiettivo non è l’autosufficienza. È la resilienza collettiva.

La distinzione è sostanziale. Una strategia di autosufficienza cerca di eliminare la dipendenza; una strategia di resilienza cerca invece di impedire che essa diventi eccessivamente concentrata e quindi politicamente coercitiva.

L’integrazione non viene rifiutata: viene diversificata.

Dalla geografia alle funzioni strategiche

Carney sviluppa poi un secondo concetto.

Le istituzioni internazionali ereditate sono organizzate prevalentemente secondo la geografia; molte delle capacità strategiche richieste nel XXI secolo sono invece organizzate secondo la funzione.

Il Canada non è europeo. Ma semiconduttori, capacità di calcolo, minerali critici, satelliti, energia, industria militare, capitale finanziario e infrastrutture digitali non seguono necessariamente la geografia delle istituzioni politiche.

Da qui la sua formula:

«The institutions we have inherited are organised by geography. The strategic capabilities we need are organised by function.»

L’eventuale associazione non dovrebbe quindi necessariamente replicare una versione attenuata dell’appartenenza all’UE. Potrebbe diventare il contenitore di integrazioni settoriali profonde costruite intorno a capacità strategiche condivise.

Ed è precisamente qui che i dati economici diventano decisivi.

I numeri: una relazione già grande, ma profondamente asimmetrica

Nel 2025 gli scambi complessivi di beni e servizi fra UE e Canada hanno raggiunto 130 miliardi di euro, contro 72,1 miliardi nel 2016: un aumento dell’80% rispetto al periodo precedente l’applicazione provvisoria del CETA.

La componente dei beni valeva 81,5 miliardi di euro, il 76% in più rispetto ai 46,3 miliardi del 2016. Le esportazioni europee di merci verso il Canada sono cresciute da 29,6 a 48,8 miliardi di euro, con un saldo commerciale positivo per l’UE pari a 16 miliardi di euro nel 2025.

Ancora più dinamici sono stati i servizi. Gli scambi bilaterali hanno raggiunto 49 miliardi di euro, il 91% in più rispetto ai 25,6 miliardi del 2016. Le esportazioni europee di servizi verso il Canada hanno superato i 29,3 miliardi, in crescita dell’86,6%, mentre il surplus europeo nei servizi è arrivato a 9,7 miliardi di euro.

Questi numeri mostrano che il CETA non è rimasto soltanto un accordo nominale.

Dal 2017 sono state progressivamente eliminate quasi tutte le tariffe: il 98% delle linee tariffarie era già stato abolito all’entrata in applicazione provvisoria e, entro il 2024, la quota era salita al 99%.

Anche l’utilizzo effettivo delle preferenze commerciali è aumentato. Per le esportazioni europee verso il Canada il Preference Utilisation Rate è passato dal 38,7% del 2018 al 63,2% nel 2024; la Commissione stima che nello stesso anno l’uso delle preferenze CETA abbia prodotto circa 636 milioni di euro di risparmi doganali per gli esportatori dell’UE.

Ma la relazione è fortemente asimmetrica.

L’Unione europea è il secondo partner commerciale del Canada, dopo gli Stati Uniti e davanti alla Cina, e nel 2024 rappresentava il 7,9% del commercio canadese di beni con il mondo. Il Canada, al contrario, nel 2025 rappresentava appena l’1,8% del commercio estero di beni dell’UE ed era il dodicesimo partner commerciale europeo in questa categoria. Nei servizi il peso canadese era pari all’1,9% del commercio esterno dell’Unione.

È una differenza strutturale.

Per Ottawa, l’Europa è già un mercato di primo livello.

Per Bruxelles, il Canada è importante soprattutto per qualità strategica e complementarità, più che per il peso quantitativo sul commercio complessivo europeo.

La diversificazione canadese è già misurabile

Anche osservando il rapporto dalla prospettiva canadese emergono segnali significativi.

Nel 2025 gli scambi di merci fra Canada e Unione europea sono cresciuti del 10,9%, mentre le esportazioni canadesi verso l’UE sono aumentate del 23,4%. L’espansione ha interessato, fra gli altri, combustibili e oli minerali, alluminio e semi oleosi.

Nello stesso anno la quota statunitense delle esportazioni canadesi di merci è scesa, secondo la serie di Global Affairs Canada, al 72,5%, dal 76,3% del 2024; la quota destinata a Europa e Asia centrale è invece salita dal 9,5 al 12,4%.

Statistics Canada mostra lo stesso movimento di fondo attraverso un’altra serie statistica: nel 2025 le esportazioni di merci verso gli Stati Uniti sono diminuite del 5,8%, mentre quelle verso i Paesi non statunitensi sono aumentate del 17,2%. Il valore complessivo degli scambi con partner diversi dagli USA è salito da 484 a 553 miliardi di dollari canadesi, +14,3%.

Il deterioramento della componente statunitense ha avuto un impatto tangibile anche sui saldi esterni. Il surplus commerciale canadese di merci con gli Stati Uniti è sceso da 101,3 miliardi di dollari canadesi nel 2024 a circa 81,6 miliardi nel 2025, mentre il deficit commerciale complessivo canadese nelle merci si è ampliato a oltre 31 miliardi di dollari canadesi.

La diversificazione, quindi, non è soltanto una formula politica elaborata dopo Strasburgo.

È già visibile nei flussi commerciali.

Il capitale racconta una storia ancora più profonda

Gli investimenti diretti mostrano che il rapporto transatlantico è più strutturale di quanto suggeriscano i soli dati commerciali.

Statistics Canada rileva che, alla fine del 2025, lo stock complessivo di investimenti diretti esteri in Canada ammontava a 1.600,5 miliardi di dollari canadesi. Gli Stati Uniti rappresentavano 737,3 miliardi, pari al 46,1% del totale. Gli investimenti provenienti dall’Europa — aggregato statistico che comprende anche Paesi europei non appartenenti all’UE — raggiungevano però 529,8 miliardi di dollari canadesi, cioè il 33,1% dell’intero stock di investimenti diretti in Canada.

La relazione funziona anche nella direzione opposta.

Alla fine del 2025 le imprese e gli investitori canadesi detenevano 513,6 miliardi di dollari canadesi di investimenti diretti in Europa, il 21,1% dell’intero stock canadese all’estero. Gli Stati Uniti rimanevano nettamente primi, con 1.203,4 miliardi e il 49,5% del totale.

Il confronto è utile.

Sul commercio il rapporto Canada–USA resta dominante.

Sul capitale, invece, l’Europa possiede già un peso sufficiente per costituire un secondo polo significativo.

È una delle ragioni per cui il progetto Carney–von der Leyen non parte da zero.

Cosa propone concretamente Ottawa

Carney ha utilizzato il Parlamento europeo per trasformare questa base economica in un’agenda strategica.

Canada e UE dovrebbero approfondire la cooperazione su minerali critici, industria della difesa, intelligenza artificiale e capacità di calcolo, sicurezza energetica, spazio e sistemi di pagamento.

Sul commercio, il premier propone scambi digitali molto più fluidi per i beni non agricoli e per un’ampia gamma di servizi.

Sul capitale umano, vuole facilitare la possibilità per giovani, studenti e lavoratori di vivere, formarsi e lavorare sulle due sponde dell’Atlantico, indicando una futura associazione canadese a Erasmus+ e una partecipazione alla successiva generazione del programma europeo di ricerca.

Non sarebbe un salto nel vuoto.

Dal luglio 2024 il Canada è già associato al Pilastro II di Horizon Europe, nel quale ricercatori e organizzazioni canadesi possono partecipare alle attività collaborative europee.

L’integrazione proposta riguarda quindi anche università, ricerca, competenze e mobilità: elementi meno visibili della difesa o delle materie prime, ma essenziali per costruire una relazione economica duratura.

Minerali, energia e infrastrutture: la geoeconomia diventa fisica

Sul fronte delle materie prime la complementarità è particolarmente evidente.

Il Canada dispone di importanti risorse minerarie; l’Europa offre mercato, tecnologia, capacità industriale e competenze di trasformazione. Carney ha indicato la costruzione di catene del valore più complete fra gli obiettivi della futura alleanza.

L’interesse europeo è concreto.

Von der Leyen ha ricordato che l’UE dipende dalla Cina per oltre l’80% di numerose materie prime critiche e fino al 90% per alcune terre rare.

L’energia segue una logica analoga.

Nel discorso sullo Stato dell’Unione, von der Leyen ha quantificato in 90 miliardi di euro il maggiore costo sostenuto dall’Europa per le importazioni di combustibili fossili dall’inizio del conflitto associato alla chiusura dello Stretto di Hormuz. Ha inoltre stimato che una maggiore elettrificazione potrebbe ridurre la bolletta europea delle importazioni fossili di 260 miliardi di euro l’anno.

Carney ha proposto di utilizzare anche gas naturale liquefatto e idrogeno canadesi per contribuire alla sicurezza energetica europea, collegando questa prospettiva allo sviluppo di capacità portuali sulla costa orientale e nell’Alto Nord canadese.

La diversificazione, però, non si realizza firmando soltanto accordi.

Servono porti, collegamenti ferroviari, capacità di stoccaggio e trasformazione, terminali, infrastrutture digitali e capitali in grado di modificare materialmente la direzione delle catene di approvvigionamento.

La geoeconomia deve diventare infrastruttura.

Intelligenza artificiale, connettività e finanza

Anche la dimensione tecnologica supera il normale perimetro di un accordo commerciale.

Carney propone di sviluppare capacità di calcolo sovrana condivisa, rendere più sicuri i collegamenti digitali fra Europa e Asia attraverso la geografia canadese e coordinare standard e protocolli sulla sicurezza dell’intelligenza artificiale.

Ancora più significativa è la proposta di esplorare un mercato maggiormente integrato dei servizi finanziari.

Il verbo è importante: esplorare.

Non esiste ancora un mercato finanziario comune Canada–UE. Ma il fatto che il tema sia entrato nell’agenda acquisisce maggiore significato alla luce dei numeri sugli investimenti: oltre 500 miliardi di dollari canadesi di capitale europeo investito in Canada e una quantità analoga di capitale canadese investito in Europa costituiscono già una base finanziaria consistente, anche ricordando che la categoria statistica «Europa» è più ampia dell’UE.

L’integrazione è già iniziata

Oltre al CETA, Canada e UE dispongono di uno Strategic Partnership Agreement, di una Green Alliance, di un partenariato sulle materie prime e di un partenariato digitale.

Nel giugno 2025 hanno inoltre sottoscritto una Security and Defence Partnership, mentre nel 2026 il Canada è diventato il primo Paese non europeo a partecipare a SAFE – Security Action for Europe.

Nel marzo 2026 sono inoltre iniziati i negoziati per un Digital Trade Agreement destinato ad affiancare il CETA.

La domanda non è quindi se l’integrazione debba iniziare.

È se questa somma di relazioni commerciali, industriali, tecnologiche e finanziarie possa essere ricomposta in un’architettura politica più coerente.

Il paradosso del CETA

È qui che emerge uno dei principali limiti istituzionali.

A nove anni dall’inizio dell’applicazione provvisoria, il CETA non è ancora stato ratificato da tutti gli Stati membri dell’Unione. Secondo la Commissione, 17 Paesi su 27 hanno completato le procedure nazionali; dieci devono ancora farlo: Belgio, Bulgaria, Cipro, Francia, Grecia, Ungheria, Irlanda, Italia, Polonia e Slovenia.

Il paradosso è evidente.

Da un lato, il CETA ha contribuito ad accompagnare una crescita dell’80% degli scambi complessivi dal 2016, ha eliminato il 99% delle linee tariffarie e genera centinaia di milioni di euro l’anno di risparmi doganali utilizzati dalle imprese.

Dall’altro, il suo iter politico non è ancora concluso.

Il problema della nuova alleanza non sarà quindi dimostrare che l’integrazione economica possa produrre risultati.

Sarà dimostrare che esiste sufficiente consenso politico per spingersi molto più avanti.

Ventisette governi, non una sola Bruxelles

La risposta europea è infatti più articolata della standing ovation del Parlamento.

Dopo l’annuncio, alcuni diplomatici e governi hanno manifestato cautela sulla forma proposta, pur sostenendo l’obiettivo generale di un rapporto più profondo con Ottawa.

È una distinzione fondamentale: può esistere consenso su difesa, minerali, ricerca, digitale ed energia senza che esista automaticamente consenso su una nuova categoria istituzionale di appartenenza.

Anche Ottawa ha i propri vincoli. Il Canada è una federazione e alcune competenze necessarie a un accordo più profondo appartengono alle province. Restano inoltre divergenze su agricoltura, telecomunicazioni e accesso ad alcuni mercati.

Il rischio principale non è la mancanza di proposte, ma la distanza che potrebbe aprirsi fra ambizione politica ed esecuzione.

La reazione di Trump: il test geopolitico arriva da Washington

La proposta europea ha prodotto quasi immediatamente una reazione statunitense.

Donald Trump ha definito l’ipotesi dell’associazione canadese all’UE «laughable» e ha minacciato conseguenze tariffarie qualora Washington interpretasse l’iniziativa come ostile agli Stati Uniti.

La reazione arriva in una fase in cui la relazione commerciale Canada-USA è già sotto pressione.

Per Ottawa, la ricerca di nuovi sbocchi e partnership costituisce una risposta alla vulnerabilità derivante dall’elevata concentrazione del commercio sugli Stati Uniti.

Per Washington, invece, una parte del contenzioso viene letta attraverso la lente della reciprocità commerciale e delle barriere canadesi.

Le due letture non coincidono.

Carney ha però escluso esplicitamente che il progetto europeo debba trasformarsi in un nuovo blocco geopolitico contrapposto alle grandi potenze.

Non sostituire gli Stati Uniti: aumentare le alternative

I numeri rendono questa distinzione inevitabile.

Un Paese che indirizza ancora oltre il 70% delle proprie esportazioni di merci verso gli Stati Uniti non può realisticamente sostituire nel breve periodo la propria integrazione nordamericana con quella europea.

La stessa struttura degli investimenti lo dimostra: quasi metà degli investimenti diretti canadesi all’estero resta negli Stati Uniti, mentre l’Europa ne assorbe poco più di un quinto.

La strategia di Carney appare quindi diversa.

Non sostituire un centro di gravità con un altro, ma ridurre il costo strategico di dipendere da uno solo.

È in questa prospettiva che l’Europa acquista importanza: non come alternativa totale agli Stati Uniti, ma come secondo polo capace di aumentare il margine negoziale e la resilienza dell’economia canadese.

Montréal: dal simbolo ai numeri

Il prossimo passaggio è fissato per il 29 e 30 ottobre 2026, quando Montréal ospiterà il vertice UE–Canada.

Sarà il primo vero banco di prova dopo Strasburgo.

Non sarà sufficiente decidere come chiamare la relazione.

Occorrerà stabilire quali settori possano essere effettivamente integrati, quali investimenti siano necessari, quali programmi richiedano contributi finanziari canadesi, quale grado di compatibilità normativa sia accettabile e quale governance possa essere sostenuta dai Ventisette.

E soprattutto bisognerà trasformare le formule politiche in indicatori misurabili:

più commercio;

più investimenti;

più infrastrutture;

più capacità industriale congiunta;

più sicurezza degli approvvigionamenti;

più mobilità di capitale umano;

meno concentrazione delle dipendenze.

È lì che si misurerà la differenza fra una dichiarazione diplomatica e una nuova architettura economica.

Un esperimento sulla geografia delle alleanze

Il caso canadese pone infine una questione più profonda.

L’Unione europea è stata costruita intorno alla geografia.

Il Canada è invece un Paese nordamericano, membro del G7 e della NATO, profondamente integrato con gli Stati Uniti, ma già inserito in programmi europei di ricerca, difesa e cooperazione economica.

Non è candidato all’adesione.

Non è un vicino dell’Unione.

E non è più soltanto un partner commerciale.

Gli scambi Canada–UE valgono già 130 miliardi di euro l’anno; il CETA ha eliminato quasi tutte le tariffe; l’Europa rappresenta circa un terzo dello stock di investimenti diretti in Canada secondo l’aggregato geografico di Statistics Canada; Ottawa partecipa a Horizon Europe e SAFE; un accordo sul commercio digitale è in negoziazione.

Il passaggio successivo non consiste quindi nel creare una relazione dal nulla.

Consiste nel decidere se una relazione già economicamente significativa possa diventare strategicamente integrata.

È ancora troppo presto per sapere quale forma istituzionale potrà assumere questa architettura. Per questo l’espressione «membro associato» deve essere utilizzata con cautela: per ora è una proposta politica, non uno status.

La parte più concreta del progetto si trova altrove: nella convinzione canadese che la sovranità contemporanea non richieda isolamento, ma alternative; e nella necessità europea di ridurre alcune dipendenze strategiche attraverso partnership più profonde con Paesi dotati di energia, minerali, tecnologia, capitale e stabilità istituzionale.

Se Montréal riuscirà a trasformare questa complementarità in strumenti verificabili, Canada e Unione europea non staranno semplicemente ampliando il CETA.

Staranno sperimentando una forma diversa di integrazione transatlantica: più profonda di un accordo commerciale, ma distinta dall’adesione all’Unione.

Ed è proprio la combinazione fra 130 miliardi di euro di scambi, centinaia di miliardi di investimenti, risorse strategiche e capacità industriali complementari a spiegare perché l’esperimento iniziato a Strasburgo meriti di essere osservato ben oltre la formula, ancora indefinita, di «membro associato».

Fonti

Government of Canada – Prime Minister of Canada : Commissione europea : Parlamento europeo : Consiglio dell’Unione europea : EUR-Lex : Global Affairs Canada : Statistics Canada : Reuters


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