Quanto valgono davvero i laureati in Italia?
Per molti anni la laurea è stata raccontata come una
promessa relativamente semplice: studiare più a lungo significava accedere a un
lavoro migliore, guadagnare di più e aumentare le possibilità di mobilità
sociale.
Oggi quella promessa non è scomparsa, ma è diventata più
complessa.
I dati più recenti di AlmaLaurea mostrano che nel 2025, a un anno dal conseguimento del titolo, la retribuzione mensile netta media era pari a 1.491 euro per i laureati di primo livello e a 1.495 euro per quelli di secondo livello. A cinque anni saliva rispettivamente a 1.796 e 1.903 euro. Una volta corretti per l’inflazione, però, i salari a un anno risultavano in diminuzione rispetto al 2024 dell’1,4% per i laureati di primo livello e dello 0,9% per quelli di secondo livello e rimanevano sostanzialmente in linea con i livelli reali del 2021.
In altre parole, l’aumento degli importi nominali osservato negli ultimi anni non equivale necessariamente a un analogo aumento del potere d’acquisto.
Non siamo ancora di fronte a una nuova traiettoria di crescita. Siamo soprattutto tornati intorno ai livelli reali raggiunti quattro anni prima.
Triennale o magistrale? Conta soprattutto cosa si studia
Un primo dato ridimensiona una convinzione piuttosto diffusa: almeno all’inizio della carriera, il semplice passaggio dalla laurea triennale alla magistrale non produce automaticamente un forte premio salariale.
Nel 2025, a un anno dal titolo, le retribuzioni medie dei due gruppi differivano di appena quattro euro al mese. A cinque anni il divario saliva a 107 euro, da 1.796 a 1.903 euro; ma, limitando il confronto a chi lavora a tempo pieno, AlmaLaurea rileva a cinque anni una differenza retributiva del 3,3%.
Questo non significa che proseguire gli studi non serva. Significa che il rendimento economico del titolo dipende fortemente anche da quale capitale umano viene acquisito e da dove trova applicazione.
L’indagine AlmaLaurea relativa al 2024 rende particolarmente evidente la distanza tra discipline. A un anno dalla laurea magistrale, ingegneria industriale e dell’informazione raggiungeva mediamente 1.783 euro netti mensili, informatica e tecnologie ICT 1.777 euro e il gruppo medico-sanitario e farmaceutico 1.660 euro. Psicologia, giurisprudenza, scienze motorie, discipline letterarie, arte e design si collocavano invece su livelli prossimi ai 1.200 euro.
Tra gli estremi, quindi, la distanza può avvicinarsi a seicento euro netti al mese già all’ingresso nel mercato del lavoro: oltre settemila euro all’anno. Se una parte di questo differenziale persiste durante la carriera, la scelta disciplinare può avere un effetto economico cumulato molto superiore al semplice premio medio associato al livello del titolo.
Il messaggio è chiaro: il mercato del lavoro italiano attribuisce valori economici molto diversi a lauree formalmente dello stesso livello.
L’Italia forma competenze che utilizza solo in parte
Il problema non riguarda soltanto gli stipendi. Riguarda anche la capacità del sistema produttivo di utilizzare le competenze che vengono formate nelle università.
Secondo AlmaLaurea, nell’indagine 2024, tra gli occupati a un anno dal titolo il 39,3% dei laureati di primo livello e il 31,9% di quelli di secondo livello si trovava in una condizione definita di disallineamento: non utilizzava in misura elevata le competenze acquisite all’università e svolgeva un lavoro per il quale la laurea non era formalmente richiesta. A cinque anni le quote scendevano rispettivamente al 32,5% e al 25,4%.
È importante non confondere questo indicatore con la sovraistruzione misurata dall’Istat: sono concetti vicini, ma non equivalenti.
Nel Rapporto annuale 2026, Istat considera sovraistruiti, in questo contesto, i laureati occupati in professioni a media o bassa qualificazione. Tra i laureati occupati di 25-34 anni la quota era nel 2025 pari al 23,7%, contro il 21,3% della media europea. Il fenomeno interessava il 25,3% delle donne contro il 21,5% degli uomini. Variava inoltre fortemente secondo il percorso di studio: 31,9% nelle discipline socio-economico-giuridiche, 31,4% nell’area umanistica, 13,8% nelle discipline STEM e 11,3% nell’area medicina, farmacia, veterinaria e agraria.
Questa distinzione metodologica è essenziale. Un laureato può utilizzare solo parzialmente le competenze apprese senza essere classificato statisticamente come sovraistruito, e viceversa.
Ma entrambi gli indicatori segnalano lo stesso problema generale: trovare lavoro non significa necessariamente riuscire a valorizzare pienamente il proprio capitale umano.
Il tasso di occupazione può aumentare mentre una parte delle competenze disponibili continua a essere impiegata al di sotto delle proprie potenzialità.
Il problema STEM non riguarda soltanto quanti laureati formiamo
Nel dibattito pubblico si parla spesso della scarsità di laureati STEM e della necessità di formare più ingegneri, informatici, matematici e tecnici.
Il problema esiste, ma non può essere interpretato esclusivamente come una carenza dal lato dell’offerta.
Il Rapporto annuale Istat 2026 mostra che nel 2025 gli specialisti nelle professioni scientifiche e ingegneristiche rappresentavano appena il 4,9% della forza lavoro italiana, pari a circa 1,1 milioni di occupati, contro una media dell’Unione europea del 9,6%. Per questo specifico indicatore l’Italia risultava ultima tra i 27 Paesi dell’Unione.
Il dato precedente, quindi, era sostanzialmente corretto nella dimensione del fenomeno ma non nell’anno di riferimento: 4,9% è il valore del 2025, non del 2024.
La distanza europea non dimostra da sola che le imprese italiane “non vogliano” assumere ingegneri. Domanda e offerta di competenze si determinano reciprocamente. Ma la struttura produttiva aiuta a spiegare perché la domanda di lavoro altamente specializzato possa essere relativamente debole.
Un ingegnere, un ricercatore o uno specialista ICT produce un rendimento particolarmente elevato in organizzazioni che sviluppano prodotti propri, fanno ricerca, gestiscono sistemi tecnologicamente complessi, investono con orizzonti lunghi e competono attraverso innovazione e differenziazione.
Quando invece prevalgono imprese piccole, attività a minore intensità tecnologica e modelli competitivi nei quali innovazione e ricerca hanno un peso ridotto, diminuiscono anche le occasioni nelle quali le competenze specialistiche possono esprimere il loro massimo valore economico.
La dimensione della ricerca e sviluppo rende visibile questa debolezza strutturale. Nel 2023 la spesa italiana in R&S era pari all’1,37% del PIL, contro il 2,26% dell’UE27.
Nello stesso anno la spesa delle imprese in ricerca aumentava complessivamente, ma con forti differenze dimensionali: +2,8% nelle medie imprese, +7,3% nelle grandi e -2,3% nelle piccole. Inoltre, l’83,1% della spesa in R&S delle imprese proveniva da società appartenenti a gruppi multinazionali, a controllo estero o italiano. Le multinazionali estere rappresentavano da sole il 44,6% e quelle a controllo italiano il 38,5%.
Non è quindi soltanto una questione di “produrre più STEM”. Bisogna anche domandarsi quante imprese siano effettivamente in grado di utilizzare quelle competenze in attività ad alto valore aggiunto.
Può così instaurarsi una sorta di trappola della specializzazione: una struttura produttiva relativamente poco intensiva di ricerca genera una domanda limitata di competenze avanzate; le opportunità e le retribuzioni meno attrattive spingono alcuni lavoratori qualificati verso attività meno coerenti o verso l’estero; la minore disponibilità di capitale umano specializzato rende a sua volta più difficile sviluppare attività innovative.
Ogni singola decisione può essere razionale. Il risultato collettivo può tuttavia essere un equilibrio a bassa intensità di conoscenza.
La fuga dei laureati è anche una scelta economica
Chi si trasferisce all’estero non lo fa necessariamente per una generica attrazione culturale.
Nell’analisi econometrica AlmaLaurea riferita al 2024, a parità delle altre caratteristiche considerate, lavorare all’estero era associato a una retribuzione mensile netta superiore di 619 euro rispetto a lavorare nel Mezzogiorno. AlmaLaurea stessa avverte che il dato deve essere interpretato considerando le forti differenze nel costo della vita tra territori e Paesi.
Il differenziale salariale, inoltre, è solo una componente della decisione. Contano la coerenza tra titolo e mansione, la disponibilità di infrastrutture scientifiche e tecnologiche, la qualità dei progetti, la progressione professionale e la possibilità di inserirsi in reti internazionali di ricerca e produzione.
Dal punto di vista dell’economia pubblica, la questione è rilevante. Se una persona formata in Italia sviluppa successivamente la propria carriera e produce reddito prevalentemente altrove, una parte dei futuri ritorni fiscali e produttivi dell’investimento formativo si realizza in un altro sistema economico.
Non significa che la mobilità internazionale sia negativa: la circolazione delle competenze può produrre conoscenza, reti e ritorni successivi. Il problema nasce quando i flussi diventano persistentemente unidirezionali e il Paese fatica ad attrarre capitale umano in misura comparabile a quello che perde.
Il vero concorrente dello stipendio è la casa
Il valore economico della laurea non può essere misurato soltanto attraverso il reddito nominale.
Uno stipendio di 1.500 euro produce livelli di benessere molto diversi a seconda della città, dell’affitto, dei trasporti e della disponibilità di servizi pubblici. E proprio le aree nelle quali si concentra una quota importante delle opportunità qualificate tendono a richiedere costi di accesso più elevati.
Qui emerge un problema economico spesso sottovalutato.
Un giovane può ricevere un’offerta nominalmente migliore trasferendosi verso un grande polo occupazionale e, contemporaneamente, vedere gran parte del differenziale salariale assorbita dal costo dell’abitazione. Ciò che conta per la mobilità non è quindi soltanto il salario offerto, ma il reddito disponibile dopo i costi necessari per raggiungere e mantenere l’accesso alle opportunità.
Lo stipendio del neolaureato non deve competere soltanto con l’inflazione. Deve competere anche con il mercato immobiliare.
Questo modifica persino il funzionamento del mercato del lavoro. Se accettare un impiego altamente qualificato richiede un costo abitativo incompatibile con la retribuzione iniziale, la mobilità geografica si riduce. Il problema abitativo diventa così anche un problema di allocazione del capitale umano.
Per questo politiche per alloggi accessibili, residenze universitarie, trasporto pubblico e mobilità non sono separate dalle politiche per la produttività: possono incidere sulla possibilità concreta di far incontrare competenze e posti di lavoro.
Anche il titolo deve riuscire a segnalare le competenze
Il problema della valorizzazione del capitale umano comincia prima dell’università.
Nell’anno scolastico 2025/2026 gli studenti che hanno conseguito la maturità con 100 e lode sono stati 14.123, pari a circa il 2,9% dei diplomati. La distribuzione territoriale presenta differenze molto marcate: Calabria e Puglia raggiungono il 6,1%, mentre Lombardia, Veneto e Piemonte si attestano rispettivamente all’1,0%, all’1,4% e all’1,6%.
Questi numeri non dimostrano, da soli, né che in alcune regioni gli studenti siano più preparati né che in altre i voti siano necessariamente più generosi.
Il voto dell’esame di Stato e le prove standardizzate misurano infatti dimensioni differenti. Il primo deriva dal percorso scolastico complessivo e da una valutazione affidata alle commissioni; le seconde cercano di misurare specifiche competenze attraverso strumenti standardizzati.
La forte eterogeneità territoriale rende però legittimo interrogarsi sulla comparabilità del segnale.
In economia dell’istruzione il titolo di studio non serve soltanto a certificare conoscenze: svolge anche una funzione informativa nei confronti di università e datori di lavoro. Se voti formalmente identici diventano difficili da confrontare, aumenta l’incentivo a ricorrere ad altri segnali: università frequentata, esperienze internazionali, tirocini, certificazioni, prove selettive e competenze direttamente verificabili.
Ed è qui che può emergere un problema distributivo. Alcuni di questi segnali aggiuntivi sono più facilmente acquisibili da chi dispone già di maggiori risorse economiche, culturali o relazionali.
La comparabilità delle valutazioni non è quindi soltanto un problema scolastico. È anche una componente dell’uguaglianza delle opportunità.
L’intelligenza artificiale può alzare la soglia d’ingresso
A questa trasformazione si aggiunge l’intelligenza artificiale.
È ancora troppo presto per affermare che l’IA stia eliminando sistematicamente i posti di lavoro junior. Le evidenze disponibili richiedono prudenza. Ma l’OCSE segnala sia la possibile competizione dell’IA per alcune occupazioni di ingresso sia una crescente automazione delle attività cognitive routinarie. Allo stesso tempo, le professioni altamente qualificate risultano molto esposte all’IA ma meno facilmente automatizzabili nel loro complesso, perché comprendono capacità cognitive non routinarie, sociali, decisionali e di responsabilità difficili da sostituire integralmente.
Questo è particolarmente importante per i laureati.
Ricerca preliminare, classificazione, produzione di prime bozze, sintesi documentale, parti della programmazione e analisi standard sono proprio alcune delle attività attraverso le quali, storicamente, un giovane professionista imparava il mestiere.
Se una parte crescente di queste attività viene automatizzata, il rischio non è necessariamente la scomparsa della professione. Può essere invece l’innalzamento del livello di capacità richiesto per accedervi.
Diventa relativamente più importante saper formulare problemi, verificare fonti e risultati, distinguere correlazione e causalità, integrare discipline diverse, comunicare decisioni complesse e utilizzare l’IA senza delegarle il giudizio finale. L’OCSE rileva più in generale che, mentre le attività routinarie sono maggiormente automatizzabili, competenze cognitive elevate, capacità sociali, problem solving e giudizio tendono a essere complementari alle nuove tecnologie.
Il paradosso è evidente: alcune delle capacità oggi richieste ai lavoratori junior erano tradizionalmente sviluppate proprio svolgendo attività junior.
Per università e imprese questo apre una questione importante: se automatizziamo il primo gradino della scala professionale, dobbiamo costruire nuovi modi per permettere alle persone di imparare a salire al secondo.
Quindi, laurearsi conviene ancora?
Sì. Ma non automaticamente e non nello stesso modo per tutti.
Anche sul piano occupazionale l’Italia presenta ancora un divario significativo rispetto all’Europa. Secondo Eurostat, nel 2024 il tasso di occupazione dei recent graduates, cioè giovani tra 20 e 34 anni che avevano terminato gli studi da uno a tre anni e non erano più in istruzione o formazione, era pari al 77,3% in Italia, contro l’86,7% nell’Unione europea: una distanza di 9,4 punti percentuali.
È preferibile parlare di un valore tra i più bassi dell’Unione, anziché affermare semplicemente che l’Italia sia “ultima”, perché il confronto cambia a seconda del livello di istruzione e della specifica popolazione considerata.
La laurea continua comunque a rappresentare una forma importante di protezione economica e di accesso alle professioni qualificate. Lo stesso Rapporto annuale Istat 2026 mostra, più in generale, che il tasso di occupazione cresce nettamente con il livello di istruzione.
Ma il rendimento individuale della laurea dipende sempre più dall’interazione tra disciplina studiata, territorio, struttura produttiva e costo necessario per accedere alle opportunità.
Ed è qui che la domanda cambia.
Non basta chiedere ai giovani di studiare più a lungo. Non basta nemmeno dire loro di iscriversi a ingegneria o informatica.
Se l’obiettivo è aumentare il rendimento collettivo del capitale umano, occorre contemporaneamente aumentare la capacità del sistema economico di assorbirlo: più ricerca pubblica e privata, più imprese capaci di innovare e crescere, maggiore interazione tra università e sistema produttivo, percorsi iniziali che permettano di acquisire esperienza, retribuzioni compatibili con le competenze richieste e politiche abitative e di mobilità che rendano realmente accessibili i luoghi nei quali quelle competenze sono domandate.
Il vero interrogativo, quindi, non è soltanto quanto vale una laurea.
È quanto vale, per un Paese, mettere una persona nelle condizioni di utilizzare davvero ciò che ha studiato.
Se investiamo per formare competenze e poi le impieghiamo in attività che ne richiedono solo una parte, oppure rendiamo economicamente troppo costoso raggiungere i luoghi nei quali potrebbero essere utilizzate, il problema non riguarda soltanto le aspettative individuali.
Riguarda produttività, innovazione, mobilità sociale e crescita di lungo periodo.
Significa utilizzare male una delle risorse più costose da produrre e più difficili da ricostruire: il capitale umano.
Nota metodologica
I dati retributivi sono riportati come retribuzioni mensili nette secondo le definizioni AlmaLaurea; ove possibile sono stati aggiornati all’Indagine 2025 pubblicata nel Rapporto AlmaLaurea 2026. I dati disciplinari più dettagliati rimasti nel testo si riferiscono invece all’indagine precedente e sono esplicitamente identificati come tali.
L’indicatore AlmaLaurea di disallineamento tra studio e lavoro non è stato equiparato alla sovraistruzione Istat: le due misure utilizzano definizioni differenti e vengono quindi presentate separatamente. Per la sovraistruzione sono stati utilizzati i dati più recenti del Rapporto annuale Istat 2026.
Il dato relativo alle professioni scientifiche e ingegneristiche è stato corretto nell’anno di riferimento: il 4,9% riguarda il 2025, secondo Istat. Il confronto della spesa in ricerca e sviluppo è stato inoltre reso temporalmente omogeneo: Italia 1,37% del PIL e UE27 2,26%, entrambi riferiti al 2023.









