Stati Uniti, il costo crescente del debito


Dal surplus al deficit strutturale: come è cambiata in venticinque anni la finanza pubblica statunitense.

Il 18 agosto 2026 il debito federale lordo degli Stati Uniti ha superato per la prima volta la soglia dei 40.000 miliardi di dollari, attestandosi intorno a 40.047 miliardi.

È un record storico, ma il numero, isolato dal contesto, dice meno di quanto sembri. Non indica una soglia oltre la quale una crisi diventa inevitabile e non rappresenta interamente debito collocato sui mercati finanziari.

Il debito federale lordo comprende infatti due componenti: il debito detenuto dal pubblico e le passività intragovernative, costituite prevalentemente dai titoli presenti nei fondi fiduciari e in altri conti dell'amministrazione federale. Il primo è la misura economicamente più rilevante perché comprende i titoli posseduti da investitori, istituzioni finanziarie, Federal Reserve, amministrazioni statali e locali, governi stranieri e altri soggetti esterni ai conti federali. Il Dipartimento del Tesoro registra quotidianamente entrambe le componenti nella serie Debt to the Penny.

Nel 2026 il debito detenuto dal pubblico equivale a circa il 101% del PIL statunitense. La sua crescita, più che il superamento simbolico dei 40.000 miliardi, mostra quanto sia cambiata la posizione fiscale degli Stati Uniti nell'arco di una generazione.

Dal surplus al deficit permanente

Alla fine degli anni Novanta la situazione era radicalmente diversa.

Nel 1998 gli Stati Uniti registrarono un avanzo federale di 70 miliardi di dollari, pari allo 0,8% del PIL: il primo surplus dal 1969.

Nel 2000 l'avanzo raggiunse 237 miliardi, pari al 2,4% del PIL. Le entrate ammontavano a 2.025 miliardi di dollari, contro 1.788 miliardi di spesa. Nello stesso anno il debito detenuto dal pubblico diminuì di 223 miliardi, scendendo sotto il 35% del PIL.

Anche il 2001 si chiuse in positivo, con un surplus di 127 miliardi. Gli Stati Uniti registrarono quindi quattro esercizi consecutivi in avanzo, dal 1998 al 2001.

È un dettaglio importante, perché corregge una semplificazione frequente: non vi fu soltanto un momentaneo pareggio di bilancio alla fine degli anni Novanta. Per alcuni anni gli Stati Uniti arrivarono effettivamente a ridurre il debito detenuto dal pubblico.

Dal 2002 la direzione cambiò. Recessione, debolezza dei mercati finanziari, riduzioni fiscali, maggiore spesa per sicurezza e conseguenze economiche degli attentati dell'11 settembre contribuirono all'inversione.

Da allora il bilancio federale non è più tornato in avanzo.

Questa continuità rappresenta uno degli elementi essenziali della storia dei 40.000 miliardi: il deficit, inizialmente legato anche al ciclo economico e a circostanze straordinarie, è diventato progressivamente una caratteristica ordinaria dei conti federali.

Due crisi hanno accelerato la traiettoria

La crisi finanziaria globale produsse il primo grande salto.

Il deficit passò da 455 miliardi di dollari nel 2008 a 1.417 miliardi nel 2009, circa il 10% del PIL. Le entrate diminuirono del 16,6%, mentre la spesa aumentò del 18,2%, anche per effetto degli interventi di stabilizzazione finanziaria, dei programmi di sostegno all'economia e degli stabilizzatori automatici.

Un deficit eccezionale durante una recessione di quelle dimensioni non costituisce, di per sé, un'anomalia economica. La politica fiscale svolge anche una funzione anticiclica.

Più significativo è ciò che accadde successivamente.

Nel 2019, prima della pandemia e in presenza di un'economia ancora in espansione, il deficit federale aveva già raggiunto 984 miliardi di dollari, pari al 4,6% del PIL.

Il deterioramento dei conti, quindi, precedeva il Covid-19.

La pandemia determinò poi uno shock di dimensioni eccezionali. Nel 2020 il deficit raggiunse 3.100 miliardi di dollari, pari al 14,9% del PIL. Gran parte dell'aumento derivò dagli effetti economici della crisi sanitaria e dalle misure adottate per sostenere famiglie, imprese e amministrazioni pubbliche.

La pandemia ha dunque accelerato una traiettoria già in corso; non l'ha creata.

Il problema del 2026

La situazione attuale presenta una differenza fondamentale rispetto al 2009 e al 2020: non esiste una recessione di intensità comparabile.

Eppure, per l'anno fiscale 2026, il deficit è stimato in circa 1.900 miliardi di dollari, pari al 5,8% del PIL.

La spesa federale raggiunge circa 7.400 miliardi, contro 5.600 miliardi di entrate. Negli ultimi cinquant'anni il deficit è stato mediamente pari al 3,8% del PIL.

È questo il passaggio determinante.

Un'economia può assorbire forti deficit durante una recessione, una guerra o una pandemia e successivamente ridurli con il ritorno alla normalità. Quando invece disavanzi superiori al 5% del PIL persistono anche fuori dalle grandi emergenze, il debito continua ad aumentare senza che le fasi di crescita producano una compensazione sufficiente.

Le proiezioni indicano infatti un deficit ancora pari al 6,7% del PIL nel 2036 e un debito detenuto dal pubblico in crescita dal 101% al 120% del PIL. Il precedente massimo del 106%, raggiunto nel 1946 dopo la Seconda guerra mondiale, verrebbe superato prima della fine del prossimo decennio.

Il punto non è dunque solo quanto debito gli Stati Uniti abbiano accumulato, ma la velocità con cui continuano ad aggiungerne.

Il costo degli interessi

Ed è qui che il problema cambia natura.

Nel 2026 la spesa netta per interessi è prossima a 1.000 miliardi di dollari, pari al 3,3% del PIL. Nel 2036 potrebbe superare 2.100 miliardi, raggiungendo il 4,6% del PIL.

Il costo dipende principalmente da due variabili: quantità di debito e tasso medio pagato su quello stock.

Nel 2026 il tasso medio sul debito detenuto dal pubblico è stimato intorno al 3,4%. Con il progressivo rifinanziamento dei titoli in scadenza potrebbe salire verso il 3,9% negli ultimi anni dell'orizzonte di previsione.

Questo meccanismo non opera istantaneamente.

Se il rendimento di mercato aumenta oggi, gli Stati Uniti non pagano immediatamente quel nuovo tasso su tutto il debito esistente. I titoli già emessi conservano le loro condizioni fino alla scadenza.

L'effetto emerge progressivamente, quando vecchi titoli devono essere sostituiti e nuovi deficit richiedono nuove emissioni.

Quando il debito incontra il mercato

Il 1° settembre 2026 il Treasury decennale rendeva il 4,79%, mentre il trentennale era al 5,27%. Il 28 agosto il decennale era al 4,59%.

Un movimento di pochi giorni non determina la sostenibilità del debito statunitense. I rendimenti dipendono contemporaneamente dalle aspettative sui tassi della Federal Reserve, dall'inflazione, dalla crescita, dalla domanda internazionale di titoli, dal premio per le scadenze più lunghe e dalle condizioni complessive dei mercati.

Conta, però, la loro persistenza.

Il Tesoro deve infatti rifinanziare continuamente titoli in scadenza e, nello stesso tempo, raccogliere le risorse necessarie a coprire i nuovi deficit.

Per il trimestre luglio-settembre 2026 sono previsti 739 miliardi di dollari di nuovo indebitamento netto negoziabile detenuto dal settore privato; per il trimestre ottobre-dicembre ne sono previsti altri 628 miliardi.

È in questo flusso che la dimensione del debito incontra il prezzo stabilito dal mercato.

Se rendimenti più elevati persistono, una quota crescente dello stock viene gradualmente rifinanziata a condizioni più onerose. Gli interessi aumentano, accrescono la spesa federale e, in assenza di maggiori entrate o minori uscite, contribuiscono a generare nuovo fabbisogno.

Il debito comincia così a esercitare una pressione sul bilancio attraverso il proprio costo.

Non solo interessi

Alla dinamica finanziaria si aggiunge quella demografica.

L'invecchiamento della popolazione aumenta progressivamente la spesa per Social Security e Medicare. Insieme agli interessi, sono queste le componenti destinate a esercitare la maggiore pressione sul bilancio federale nei prossimi anni. La spesa discrezionale, al contrario, tende a ridursi in rapporto al PIL.

La composizione della spesa è quindi importante quanto il suo ammontare complessivo.

Ridurre alcuni programmi discrezionali può produrre risparmi, ma difficilmente può modificare da solo una traiettoria dominata da previdenza, sanità e servizio del debito.

Stabilizzare il rapporto debito/PIL richiederebbe, nel tempo, una combinazione di maggiore crescita, aumento delle entrate, controllo della spesa e condizioni di finanziamento compatibili con la dimensione dello stock.

Stati Uniti, Italia ed Europa

Il confronto internazionale aiuta a comprendere gli ordini di grandezza, purché non vengano confuse misure statistiche diverse.

Il 101% del PIL statunitense riguarda il debito federale detenuto dal pubblico. Eurostat misura invece il debito lordo consolidato dell'insieme delle amministrazioni pubbliche secondo la metodologia europea.

Alla fine del primo trimestre 2026 il debito pubblico era pari all'82,9% del PIL nell'Unione europea, all'88,9% nell'area euro e al 138,9% in Italia.

Per l'intero 2026 il rapporto italiano è previsto intorno al 138,5% del PIL, accompagnato da un deficit del 2,9%.

L'Italia presenta quindi uno stock di debito molto elevato rispetto alla propria economia; gli Stati Uniti si distinguono invece anche per la dimensione del nuovo deficit annuale, prossimo al 6% del PIL.

Non è possibile ricavare da questi numeri una classifica automatica della sostenibilità. Contano crescita, tassi, struttura delle scadenze, valuta di emissione, capacità fiscale e caratteristiche dei rispettivi mercati finanziari.

Dal surplus ai 40.000 miliardi

Nel 2000 gli Stati Uniti registravano un avanzo di 237 miliardi di dollari e riducevano il debito detenuto dal pubblico.

Nel 2026 il debito federale lordo ha superato 40.000 miliardi di dollari.

Tra questi due estremi si sono succeduti recessioni, guerre, modifiche fiscali, una crisi finanziaria globale, una pandemia, programmi straordinari di sostegno e una crescente pressione della spesa obbligatoria.

Ma un dato attraversa l'intero periodo: dal 2002 il bilancio federale non è più tornato in avanzo.

Oggi il problema non consiste nell'esistenza di una soglia magica oltre la quale gli Stati Uniti non possano più finanziarsi. La capacità del mercato dei Treasury rimane eccezionale e il debito è denominato nella stessa valuta emessa dagli Stati Uniti.

La questione è più graduale e, proprio per questo, più strutturale.

Un debito crescente richiede nuove emissioni. Nuove emissioni devono incontrare la domanda degli investitori. Rendimenti persistentemente elevati aumentano progressivamente il costo del rifinanziamento. Maggiori interessi riducono lo spazio disponibile per altre priorità pubbliche.

I 40.000 miliardi di dollari raccontano quindi soprattutto ciò che è già accaduto.

La vera questione è quanto costerà finanziare i prossimi.

Fonti istituzionali essenziali

U.S. Department of the TreasuryDebt to the Penny; Monthly Treasury Statement; Daily Treasury Par Yield Curve Rates; Treasury Marketable Borrowing Estimates.

Congressional Budget OfficeThe Budget and Economic Outlook: 2026 to 2036; documentazione ufficiale sui risultati di bilancio e sulle prospettive fiscali.

EurostatGovernment debt at 88.9% of GDP in euro area, dati del primo trimestre 2026.

European Commission, Directorate-General for Economic and Financial AffairsSpring 2026 Economic Forecast; Economic Forecast for Italy.


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