Robot, umanoidi e nuove macchine intelligenti


Dalla fabbrica alla vita quotidiana: tecnologia, economia, lavoro e competizione industriale nella nuova era della robotica

Nel 2025 sono stati installati nel mondo circa 621.000 nuovi robot industriali, il 15% in più rispetto all’anno precedente e il livello più elevato mai registrato nei risultati preliminari dell’International Federation of Robotics. L’Asia ha concentrato il 79% delle nuove installazioni, contro il 12% dell’Europa e il 9% delle Americhe.

Sono dati ancora preliminari, aggiornati da IFR ad aprile 2026 e destinati a essere consolidati con World Robotics 2026. Ma restituiscono già con chiarezza la dimensione reale della robotica contemporanea: mentre gli umanoidi dominano immagini, video e aspettative, centinaia di migliaia di macchine specializzate entrano ogni anno nelle fabbriche, nei magazzini e negli impianti produttivi.

Il 2024, ultimo anno per cui IFR dispone di statistiche globali definitive complete, aveva registrato 542.000 nuove installazioni e uno stock operativo di circa 4,664 milioni di robot industriali. La Cina da sola aveva assorbito 295.000 nuove unità, il 54% del totale mondiale.

La nuova robotica non sta quindi nascendo nel vuoto.

Sta crescendo sopra una base industriale già enorme.

Ma qualcosa sta cambiando.

Le macchine stanno diventando più mobili, collaborative e adattive. Alcune apprendono da dati reali e simulati; altre incorporano computer vision, sensori tattili o modelli capaci di collegare linguaggio e azione. Accanto ai tradizionali bracci industriali crescono Autonomous Mobile Robots, cobot, quadrupedi, sistemi chirurgici, droni, robot agricoli e, soprattutto, una nuova categoria che concentra una parte crescente dell’attenzione: gli umanoidi.

La domanda non è più se i robot entreranno nell’economia.

Ci sono già.

La domanda è quali attività potranno svolgere le prossime generazioni di macchine, con quale autonomia, a quale costo e chi controllerà l’ecosistema industriale necessario a produrle su larga scala.

La robotica che esiste già

L’immaginario contemporaneo tende a identificare il futuro della robotica con una macchina bipede simile a un essere umano. L’economia reale è molto più articolata.

Bracci articolati saldano, verniciano e assemblano. I cobot condividono alcune aree di lavoro con gli operatori. Gli Autonomous Mobile Robots attraversano autonomamente magazzini e stabilimenti. Robot quadrupedi effettuano ispezioni in ambienti difficili. Droni monitorano infrastrutture e colture. Sistemi robotici operano nella logistica, nell’agricoltura, nella manutenzione, nell’energia e nella medicina.

La chirurgia robotica mostra bene la distanza fra ciò che fa notizia e ciò che è già diventato infrastruttura.

Nel 2025 sono state eseguite circa 3,153 milioni di procedure attraverso sistemi chirurgici da Vinci, il 18% in più rispetto al 2024. Nello stesso anno Intuitive ha collocato 1.721 nuovi sistemi.

È una scala incomparabilmente superiore alla maggior parte dei deployment umanoidi attuali.

Un umanoide che corre o sale una scala produce un video impressionante. Un robot specializzato che esegue milioni di cicli senza attirare attenzione può produrre molto più valore economico.

Il futuro della robotica sarà quindi probabilmente multiforme. Una macchina avrà due braccia, un’altra quattro ruote, un’altra quattro zampe, un’altra ancora strumenti chirurgici.

La morfologia continuerà a dipendere dal problema da risolvere.

Perché allora tanto interesse per gli umanoidi?

La forma umana possiede però un vantaggio particolare: il mondo è stato progettato per noi.

Scale, porte, scaffali, utensili, automobili, cucine, ospedali e postazioni di lavoro riflettono le dimensioni, la mobilità, la capacità di presa e il raggio d’azione del corpo umano.

Per automatizzare molti di questi ambienti è stato finora necessario modificare l’ambiente stesso: nastri trasportatori, celle robotizzate, guide, pavimentazioni dedicate, protezioni e infrastrutture specifiche.

Un robot sufficientemente capace, con una morfologia simile alla nostra, potrebbe invece utilizzare almeno una parte dell’infrastruttura esistente.

È questa, più della somiglianza estetica con una persona, la vera ragione economica dell’umanoide.

Ciò non significa che un umanoide sia sempre la scelta migliore.

Per trasportare pallet, un robot mobile su ruote sarà spesso più stabile ed economico. Per saldare una carrozzeria, un braccio industriale rimane enormemente più efficiente. Per ispezionare un terreno accidentato, quattro zampe possono essere preferibili a due.

L’umanoide diventa interessante soprattutto dove la varietà delle attività e la struttura dell’ambiente rendono troppo costoso progettare una macchina specializzata per ogni singolo compito.

Hanno lasciato il laboratorio. Non hanno ancora attraversato il mercato

La distanza fra dimostrazione e commercializzazione rimane però considerevole.

Nell’ottobre 2025, McKinsey stimava che circa 50 aziende nel mondo avessero dichiarato ambizioni nella robotica umanoide e che meno di dieci fossero arrivate a pilot su scala o deployment precommerciali.

Quel numero non può essere letto come un censimento aggiornato all’agosto 2026.

Il settore si sta espandendo troppo rapidamente. Nell’aprile 2026 MERICS, citando la National Development and Reform Commission cinese, riportava infatti circa 150 aziende attive sugli umanoidi nella sola Cina. Le due rilevazioni utilizzano perimetri differenti e non sono direttamente confrontabili, ma la differenza mostra quanto rapidamente l’ecosistema si stia allargando.

Il dato McKinsey conserva tuttavia un valore essenziale: distingue il numero delle aziende che annunciano un programma umanoide dal numero molto più ristretto di quelle che hanno dimostrato un deployment industriale significativo.

Un robot non diventa industrialmente rilevante quando riesce a completare un movimento impressionante durante una dimostrazione.

Lo diventa quando riesce a ripeterlo per migliaia di cicli, durante un intero turno, mantenendo prestazioni prevedibili, recuperando dagli errori, lavorando in sicurezza vicino alle persone e producendo un ritorno economico superiore alle alternative disponibili.

McKinsey identifica quattro ostacoli fondamentali:

- sicurezza;
- continuità operativa;
- destrezza e mobilità;
- riduzione radicale dei costi.

Sono parametri molto più utili di qualsiasi video promozionale per capire quanto un umanoide sia realmente vicino al mercato.

Due o quattro ore non fanno un turno

Nella sua analisi dell’ottobre 2025, McKinsey stimava un’autonomia tipica di circa due-quattro ore per molti umanoidi allora disponibili o in sviluppo.

Un turno industriale può invece richiedere otto-dodici ore di disponibilità.

Il problema non viene risolto semplicemente aggiungendo batterie. Più capacità significa anche più massa, maggiori consumi durante il movimento, requisiti termici superiori e ulteriori esigenze di sicurezza.

Le soluzioni possono comprendere batterie intercambiabili, ricarica rapida durante le pause, attuatori più efficienti, riduzione del peso e procedure rapide di ripristino dopo cadute o malfunzionamenti.

La domanda commerciale è molto semplice:

può il robot completare un turno con interruzioni minime e prevedibili?

Finché la risposta non sarà sufficientemente affidabile, molte applicazioni rimarranno economicamente più vicine alla sperimentazione che alla produzione su larga scala.

La mano rimane una delle frontiere più difficili

Camminare è difficile. Manipolare il mondo è ancora più difficile.

La mano umana possiede, a seconda del modello anatomico utilizzato, circa venti-ventisette gradi di libertà. Ma la sua superiorità non dipende soltanto dal numero delle articolazioni.

Combina muscoli, pelle, pressione, propriocezione e un feedback tattile estremamente rapido.

Una telecamera può vedere un bicchiere.

Non può però determinare da sola quanta forza applicare, se l’oggetto stia iniziando a scivolare, quanto sia deformabile o se un connettore sia entrato correttamente nella propria sede.

È per questo che la destrezza continua a rappresentare uno dei maggiori colli di bottiglia della robotica avanzata.

Nel giugno 2026 il progetto T-Rex — Tactile-Reactive Dexterous Manipulation ha mostrato una delle direzioni di ricerca più interessanti.

Il sistema integra informazione visiva e tattile facendo lavorare il controllo a due frequenze: una componente visuo-motoria pianifica il movimento, mentre un controllo tattile più rapido interviene durante il contatto.

Il progetto utilizza complessivamente circa 100 ore di dati tattili; il sottoinsieme reso pubblico è nell’ordine delle 50 ore. Nel benchmark sperimentale riportato dagli autori su dodici attività caratterizzate da forte interazione fisica, T-Rex raggiunge un tasso medio di successo superiore di oltre 30 punti percentuali rispetto al baseline più competitivo utilizzato negli esperimenti.

Si tratta di un preprint e di risultati ottenuti nel benchmark degli stessi autori, non di una misura universale della destrezza robotica.

Il punto interessante è la direzione.

Per anni gran parte della robotica intelligente ha cercato soprattutto di migliorare la vista delle macchine. Per manipolare davvero il mondo, i robot dovranno anche imparare a sentire il contatto.

Un collega industriale deve prima essere sicuro

Quando l’intelligenza artificiale viene collegata a un corpo, il problema della sicurezza cambia natura.

Un errore software può produrre una risposta sbagliata.

Lo stesso errore, collegato a una macchina di decine di chilogrammi che si muove vicino a una persona, può produrre una collisione.

Servono quindi controllo della forza, prevenzione delle collisioni, stabilità, cybersecurity, comportamento prevedibile, recupero dai guasti, monitoraggio continuo e procedure di arresto sicuro.

Il quadro degli standard è ancora in evoluzione.

ISO sta sviluppando ISO 25785-1, dedicato ai requisiti di sicurezza dei robot mobili industriali dinamicamente stabili. Il perimetro comprende robot bipedi, quadrupedi e altre forme di locomozione, comprese alcune piattaforme bilanciate su ruote.

Ad agosto 2026 il documento è ancora in sviluppo e non è stato pubblicato come International Standard definitivo.

È una distinzione importante.

Il problema non riguarda esclusivamente gli umanoidi, ma una famiglia più ampia di robot autonomi e dinamicamente stabili destinati a muoversi in ambienti industriali.

Per diventare un collega di lavoro, un robot non dovrà soltanto essere intelligente.

Dovrà essere certificabile, prevedibile e assicurabile.

E poi c’è il prezzo

La barriera economica può essere ancora più determinante di quella tecnologica.

Nell’analisi McKinsey dell’ottobre 2025, prototipi e sistemi umanoidi avanzati erano collocati tipicamente nella fascia 150.000–500.000 dollari per unità.

Per raggiungere una convenienza economica più ampia in molte applicazioni industriali, McKinsey indicava come obiettivo una riduzione verso circa 20.000–50.000 dollari.

Sono ordini di grandezza, non un listino universale: modelli e configurazioni differiscono enormemente.

È però altrettanto importante capire dove si trova il costo.

Secondo le teardown analysis considerate da McKinsey, l’attuazione — motori, riduttori, giunti, sensori e relativi driver — può rappresentare circa il 40–60% della distinta base. Percezione e capacità di calcolo pesano per un altro 10–20%, mentre struttura meccanica, alimentazione, cablaggio e controllo assorbono ulteriori quote.

Il dato modifica l’immagine stessa della competizione.

Un umanoide non è semplicemente un modello AI al quale sono state aggiunte due gambe.

È una macchina industriale estremamente complessa.

Servono software e intelligenza, ma anche motori efficienti, riduttori di precisione, sensori di forza, batterie, elettronica di potenza, strutture leggere, mani e una filiera capace di produrre questi elementi a migliaia o, eventualmente, milioni di unità.

La partita si gioca quindi tanto nella meccatronica e nella manifattura quanto nell’intelligenza artificiale.

Cina: il vantaggio non è soltanto nel robot

Il rapporto MERICS pubblicato nell’aprile 2026 offre una delle fotografie più interessanti della situazione cinese.

Secondo il rapporto, nel 2025 la Cina avrebbe prodotto circa 12.800 robot umanoidi, pari a circa il 90% della produzione mondiale stimata.

Nello stesso anno avrebbe però prodotto circa 556.000 robot industriali.

Il confronto è illuminante.

Gli umanoidi stanno crescendo rapidamente, ma rimangono ancora una piccola frazione della robotica industriale complessiva.

Ciò che rende la Cina particolarmente competitiva è soprattutto l’ecosistema costruito intorno alle macchine.

Automotive, veicoli elettrici, batterie, elettronica, motori, sensori e automazione hanno prodotto in decenni una rete di competenze e fornitori trasferibile alla nuova robotica.

La trasformazione è già visibile nella robotica tradizionale. Nel 2024, per la prima volta, i produttori cinesi hanno conquistato la maggioranza del mercato industriale interno, raggiungendo circa il 57%.

MERICS stima inoltre che aziende cinesi rappresentino circa il 63% delle imprese chiave della supply chain mondiale dei componenti per umanoidi.

Questo non significa autosufficienza.

Permangono dipendenze dall’ecosistema NVIDIA per alcune componenti dell’infrastruttura AI e da fornitori europei e giapponesi per determinate tecnologie meccaniche ad alta precisione.

La Cina non ha quindi ancora risolto tutti i problemi della robotica umanoide.

Ha però costruito una capacità particolarmente forte di produrre, testare, iterare, localizzare componenti e comprimere i costi.

E il volume non equivale automaticamente all’autonomia.

Lo stesso rapporto MERICS sottolinea che molti umanoidi cinesi operano ancora in trial circoscritti e task specifici e che destrezza, precisione, coordinamento e generalizzazione restano problemi aperti.

La competizione è fra ecosistemi industriali

Il mercato degli umanoidi viene spesso raccontato come una corsa fra singole aziende.

È una rappresentazione incompleta.

Stati Uniti, Cina, Corea, Giappone ed Europa dispongono di combinazioni molto diverse di AI, semiconduttori, automotive, batterie, meccatronica, componentistica di precisione, capitale e capacità produttiva.

Il Giappone mantiene una posizione formidabile nei robot industriali, nei servo sistemi, nei riduttori e nella meccanica di precisione.

La Corea dispone di automotive, elettronica, batterie e semiconduttori, tutti elementi trasferibili alla robotica.

Hyundai, attraverso Boston Dynamics e il proprio ecosistema industriale, sta seguendo una strategia particolarmente orientata al deployment nelle fabbriche. Il gruppo ha indicato l’avvio delle applicazioni Atlas nei propri siti industriali dal 2028 e un obiettivo produttivo complessivo fino a 30.000 robot l’anno entro il 2028.

Anche BYD sta entrando nella competizione, mostrando come la filiera dei veicoli elettrici possa essere progressivamente estesa alla robotica.

Gli Stati Uniti dominano molti segmenti del software AI e del calcolo ad alte prestazioni, ma sono molto meno presenti come produttori primari di robot industriali tradizionali.

L’Europa conserva invece un patrimonio rilevante nella robotica industriale, nell’automazione e nella componentistica.

La Foundation for American Innovation stima che imprese con sede in Giappone ed Europa rappresentino ancora circa l’85% dei ricavi stimati della robotica industriale tradizionale, con protagonisti storici come FANUC, Yaskawa, ABB e KUKA.

Allo stesso tempo, la Cina è già molto più competitiva nei segmenti più recenti e software-intensive, in particolare nei cobot.

La conclusione è importante:

la competizione sugli umanoidi non sarà semplicemente robot contro robot. Sarà ecosistema industriale contro ecosistema industriale.

Europa: una forza industriale che deve imparare a scalare

Dire che l’Europa non possiede robotica sarebbe semplicemente falso.

Germania, Italia, Svizzera, Francia, Scandinavia e altri Paesi dispongono di imprese, integratori, componentisti, università e competenze di alto livello.

Il problema europeo è un altro: trasformare ricerca ed engineering in piattaforme globali capaci di crescere rapidamente.

La robotica tradizionale offre ancora una base considerevole. Nel 2024 l’Europa ha installato circa 85.000 robot industriali, il secondo risultato più elevato della propria storia, nonostante la flessione annuale.

Ma la prossima generazione introduce nuovi fattori competitivi: modelli AI, dati robotici, simulazione, capacità di calcolo, capitale e cicli di sviluppo più rapidi.

Nel 2026 VDMA ha iniziato a trattare esplicitamente la robotica umanoide come una possibile nuova classe di macchine e una questione strategica per l’industria europea.

Il messaggio è chiaro: Europa e Germania possiedono ancora una forte base industriale, ma la leadership nella robotica tradizionale non garantisce automaticamente quella nella generazione successiva.

Iniziative come RICAIP cercano proprio di colmare la distanza tra laboratorio e industria. Il progetto ha beneficiato di circa 48 milioni di euro di finanziamenti europei e nazionali e collega infrastrutture di test in Repubblica Ceca e Germania per robotica, AI industriale, digital twins e automazione avanzata.

Anche la Commissione europea ha inserito nel programma EIC 2026 una Challenge dedicata all’Embodied Intelligence e alla AI-powered Robotics, indicando esplicitamente come obiettivo anche la riduzione delle dipendenze tecnologiche europee.

La questione strategica non è quindi soltanto inventare nuove tecnologie.

È costruire il percorso:

ricerca → prototipo → test industriale → capitale → produzione → deployment.

Ed è spesso fra queste fasi che l’Europa perde velocità.

L’Italia parte da una base industriale importante

Nel quadro europeo, l’Italia occupa una posizione più forte di quanto spesso emerga nel dibattito sull’intelligenza artificiale.

Il brief pubblicato da Cassa Depositi e Prestiti nel gennaio 2026 colloca il Paese al secondo posto in Europa dopo la Germania per valore della produzione, installazioni ed export nella robotica e sottolinea una posizione significativa anche nella ricerca e nella brevettazione.

Per la struttura produttiva, CDP utilizza dati Istat riferiti al 2022, che censivano oltre 650 imprese specializzate e circa 12.000 addetti diretti. È importante indicare l’anno sottostante: il documento è del 2026, ma quei due indicatori non rappresentano un censimento dell’occupazione 2026.

Anche la densità robotica conferma il peso industriale italiano.

Nei dati IFR pubblicati nel 2026 e riferiti al 2024, l’Italia registra 237 robot industriali ogni 10.000 addetti manifatturieri, leggermente sopra la media UE-27 di 231.

È un dato significativo perché mostra che la debole dinamica della produttività aggregata italiana non può essere spiegata semplicemente con una scarsa robotizzazione della manifattura.

Robot density e produttività nazionale misurano perimetri diversi. Quest’ultima dipende anche da composizione settoriale, dimensione delle imprese, capitale intangibile, competenze, organizzazione e qualità degli investimenti.

I dati più aggiornati sul mercato italiano forniscono inoltre un segnale di ripresa.

L’indagine SIRI–UCIMU stima per il 2025 circa 7.941 robot ordinati, +16,8% rispetto al 2024.

Fra le applicazioni più dinamiche figurano:

- pallettizzazione +76,5%;
- asservimento delle macchine utensili +60%;
- verniciatura +37,3%.

È importante distinguere le metriche: questi sono ordini, non installazioni IFR.

La composizione è tuttavia interessante perché suggerisce un allargamento della domanda oltre l’automotive e verso la General Industry.

Per l’Italia il problema non è quindi costruire da zero una filiera robotica.

È trasformare il patrimonio accumulato nella meccatronica, nell’automazione e nell’integrazione industriale in una posizione competitiva nella nuova generazione di macchine intelligenti.

La fabbrica cambierà probabilmente prima delle nostre case

L’immagine più popolare dell’umanoide è quella del robot domestico: una macchina che cucina, pulisce, riordina e assiste le persone.

Il primo grande mercato potrebbe essere molto meno cinematografico.

Fabbriche e magazzini sono ambienti relativamente strutturati. Dispongono di procedure, task ripetitivi e metriche economiche precise. È più facile limitare lo spazio operativo e valutare quanto valore produca ogni ora di lavoro robotico.

Per questo molti dei primi deployment si concentrano su movimentazione di materiali, intralogistica, ispezione e attività ripetitive.

Ma la trasformazione potrebbe riguardare l’intera fabbrica, non soltanto il singolo robot.

BCG, nel rapporto How the Factory of the Future Is Reshaping the Economics of Manufacturing Competitiveness del maggio 2026, sostiene che la convergenza fra automazione, sistemi agentici, AI, simulazione e capacità computazionale possa consentire un redesign molto più profondo dei sistemi produttivi.

Nei casi più favorevoli analizzati, la Factory of the Future può produrre miglioramenti della produttività fino al 60%.

BCG stima inoltre che circa 1.030 miliardi di dollari di valore manifatturiero in Europa occidentale e nei Paesi nordici e altri 440 miliardi negli Stati Uniti siano potenzialmente esposti a decisioni di rilocalizzazione.

Il punto interessante non è però sostenere che i robot riporteranno automaticamente le fabbriche in Europa o negli Stati Uniti.

BCG arriva a una conclusione molto più articolata.

In alcuni settori, una fabbrica avanzata in un Paese ad alto costo può diventare competitiva rispetto alla delocalizzazione. Nel food processing, per esempio, lo scenario analizzato assegna a un impianto tedesco modernizzato un vantaggio fino a 14 punti percentuali rispetto alla produzione in Cina.

Nell’elettronica, invece, la Cina mantiene nello scenario BCG un vantaggio di circa 15 punti percentuali.

La robotizzazione può quindi comprimere il vantaggio del basso costo del lavoro.

Non elimina però energia, logistica, supply chain, capitale, competenze, infrastrutture e tariffe dalla geografia economica.

Dove entra la Physical AI

È a questo punto che il concetto di Physical AI diventa utile.

Non come sinonimo di robotica, ma come insieme di tecnologie che consente ad alcune macchine di diventare più adattive e meno rigidamente programmate.

Computer vision, modelli Vision-Language-Action, reinforcement learning, world models, simulazione e capacità di elaborazione edge possono ridurre la necessità di programmare esplicitamente ogni singolo movimento.

Nel rapporto distinto The CEO’s Guide to Physical AI, BCG stima che le nuove tecnologie possano aumentare del 50% l’ampiezza del lavoro potenzialmente automatizzabile rispetto alla robotica tradizionale e ridurre fino al 70% il tempo di engineering necessario per addestrare o configurare alcuni sistemi.

Nei casi avanzati considerati, il periodo di ritorno dell’investimento potrebbe scendere dai tradizionali cinque-sette anni a circa uno-tre anni.

Sono stime consulenziali derivate da specifiche applicazioni, non risultati universalmente applicabili.

Ma mostrano perché il software possa modificare l’economia dell’hardware.

Il robot diventa così il terminale fisico di uno stack più ampio.

Dietro di lui ci sono modelli AI e software. Dentro di lui ci sono capacità di calcolo, sensori, attuatori e batterie. Intorno ci sono simulazione, digital twin, connettività, cloud e infrastrutture per raccogliere dati.

Questo significa anche che il valore economico non finirà necessariamente tutto al produttore finale del robot.

Potrebbero diventare strategici proprio i componenti abilitanti: attuatori, riduttori, machine vision, sensori tattili, semiconduttori, edge computing, software di simulazione e sistemi di sicurezza.

La nuova risorsa scarsa: l’esperienza fisica

Internet contiene enormi quantità di testo, immagini e video che possono essere utilizzati per addestrare modelli digitali.

Esistono invece molti meno dati che descrivano con precisione come una mano robotica debba applicare una determinata forza, correggere uno slittamento o reagire quando un oggetto deformabile cambia forma durante la manipolazione.

Per questo le aziende stanno iniziando a costruire vere infrastrutture per raccogliere esperienza fisica.

LG offre uno degli esempi più interessanti del 2026.

Nell’agosto 2026 il gruppo ha approfondito la propria collaborazione con NVIDIA e presentato a Seoul una Robotics Data Factory di circa 10.000 metri quadrati, progettata per ospitare diverse centinaia di robot entro la fine dell’anno.

La struttura replica ambienti domestici, logistici e industriali e serve a raccogliere e validare dati utilizzabili per l’apprendimento robotico.

LG punta a raggiungere entro la fine del 2026 circa 100.000 ore di training data, combinando esperienza fisica reale e dati sintetici generati attraverso simulazione.

È una trasformazione concettuale importante.

La fabbrica non produce più soltanto oggetti.

Può diventare anche una fabbrica di esperienza per le macchine.

Fra due costruttori con hardware simile, quello che possiede più dati fisici di qualità potrebbe addestrare sistemi più affidabili e generalizzabili.

Il lavoro cambierà prima per attività che per professioni

Ogni volta che una nuova tecnologia automatizza attività umane torna la stessa domanda: quanti posti di lavoro scompariranno?

Le risposte estreme — “i robot sostituiranno tutti” oppure “la tecnologia creerà automaticamente nuovi posti” — sono entrambe troppo semplici.

Una professione è normalmente composta da attività differenti.

Un lavoratore può trasportare un componente, controllarne la qualità, prendere una decisione, parlare con un collega, gestire un’anomalia e registrare un’informazione.

Il robot può automatizzare alcune di queste attività senza sostituire l’intera posizione.

Gli umanoidi diventano però economicamente interessanti proprio perché potrebbero aumentare la possibilità di automatizzare task fisici finora difficili da raggiungere con la robotica tradizionale.

Questo rende il problema particolarmente rilevante nei Paesi che stanno invecchiando.

Cina, Giappone, Corea, Germania e Italia affrontano contemporaneamente riduzione della popolazione attiva, difficoltà di reperimento di alcune professionalità e crescente domanda di assistenza.

La robotica può quindi essere contemporaneamente una tecnologia di sostituzione, complemento e risposta alla scarsità di lavoro.

E il tema è già entrato nelle relazioni industriali reali. Nell’agosto 2026, per esempio, anche il previsto deployment futuro degli umanoidi è comparso fra le preoccupazioni del confronto sindacale in Hyundai.

La questione sociale non sarà quindi soltanto quanti robot verranno installati.

Sarà anche quali attività verranno automatizzate, chi verrà formato per supervisionare le macchine, chi possiederà il nuovo capitale robotico e come saranno distribuiti i guadagni di produttività.

2035: scenari, non profezie

Le previsioni sul mercato degli umanoidi divergono enormemente.

Barclays Research valuta il mercato attuale in circa 2–3 miliardi di dollari e costruisce per il 2035 uno scenario centrale molto più contenuto rispetto ai titoli più spettacolari, nell’ordine dei 40 miliardi di dollari.

Nello scenario più espansivo, però, il mercato potrebbe arrivare fino a 200 miliardi di dollari nel 2035.

È fondamentale sottolineare la parola scenario.

Non si tratta di una previsione certa.

Lo stesso vale per la Cina. Barclays ipotizza, nello scenario più aggressivo, fino a 24 milioni di umanoidi operativi nel 2035, capacità equivalente a circa il 4% dell’attuale forza lavoro cinese e potenzialmente in grado di compensare una parte della contrazione demografica prevista.

Numeri di questo tipo sono estremamente sensibili a costo delle macchine, durata delle batterie, produttività reale, regolazione, affidabilità, disponibilità di componenti e velocità con cui destrezza e autonomia miglioreranno.

La loro utilità non consiste quindi nel dirci quanti robot esisteranno esattamente fra nove anni.

Consiste nel mostrare che gli umanoidi sono già entrati nelle analisi su demografia, produttività, capitale, crescita e inflazione.

La robotica non è più soltanto una questione ingegneristica.

Sta diventando una questione macroeconomica.

Quando il robot diventa anche un problema regolatorio

Maggiore autonomia significa anche maggiore responsabilità.

Un robot può essere contemporaneamente una macchina industriale, un dispositivo connesso, una piattaforma software aggiornabile e un sistema AI capace di modificare il proprio comportamento.

Sicurezza, cybersecurity, responsabilità del produttore, aggiornamenti software e governance dell’intelligenza artificiale finiscono quindi per sovrapporsi.

Nel luglio 2026 l’Unione europea ha modificato anche parte del calendario dell’AI Act attraverso il Regolamento (UE) 2026/1744, il cosiddetto AI Omnibus.

Le principali norme relative ai sistemi high-risk individuati dall’Annex III si applicheranno dal 2 dicembre 2027; quelle relative ai sistemi AI high-risk incorporati nei prodotti regolamentati, quando ricorrono le condizioni previste dalla normativa, entreranno in applicazione dal 2 agosto 2028.

Per la robotica avanzata il problema sarà trovare un equilibrio particolarmente difficile.

Una regolazione insufficiente può rendere insicuro il deployment.

Una regolazione eccessivamente frammentata, lenta o costosa può rallentare sperimentazione e industrializzazione.

La competitività europea dipenderà anche dalla capacità di trasformare la propria cultura della sicurezza in un vantaggio industriale, anziché in un ostacolo allo scale-up.

Il vero test non è una demo

La differenza decisiva rimane quella fra mostrare una capacità e possederla in modo affidabile.

Un robot può correre senza sapere utilizzare correttamente un utensile.

Può riconoscere un oggetto senza saperlo manipolare quando cambiano peso, orientamento o materiale.

Può seguire perfettamente una sequenza appresa e fallire quando l’ambiente devia dalle condizioni di addestramento.

È qui che si trova davvero la frontiera.

Non nella locomozione.

Non nella forma umana.

E nemmeno nel modello AI da solo.

La frontiera è nella combinazione di percezione, manipolazione, ragionamento fisico, autonomia prolungata, sicurezza, costo e affidabilità.

Un umanoide non diventerà economicamente importante quando saprà imitare meglio un essere umano durante una dimostrazione.

Lo diventerà quando potrà affrontare variazioni non previste, correggere autonomamente parte dei propri errori e completare un compito con un’affidabilità sufficiente a giustificare l’investimento.

Il punto non è quando arriverà “il robot”

Il robot non arriverà in un giorno preciso.

È già arrivato in molte forme.

Gli umanoidi rappresentano però qualcosa di particolare: il tentativo di costruire una macchina abbastanza generalista da utilizzare il mondo che abbiamo già costruito per gli esseri umani.

Hanno superato la soglia del laboratorio. Non hanno ancora superato quella del mercato.

Per riuscirci dovranno lavorare più a lungo, manipolare meglio gli oggetti, dimostrare livelli di sicurezza industriale, ridurre drasticamente i costi e soprattutto creare valore in condizioni reali, non soltanto durante dimostrazioni controllate.

Nel frattempo sta crescendo l’ecosistema che potrebbe renderlo possibile.

La novità più importante del 2026 non è quindi l’esistenza di un nuovo umanoide.

È che robotica, intelligenza artificiale e manifattura stanno convergendo in una nuova filiera industriale.

E il vincitore potrebbe non essere chi costruirà il robot più spettacolare.

Potrebbe essere chi riuscirà a costruire macchine sufficientemente affidabili, economiche e utili da diventare ordinarie.

Quando smetteremo di sorprenderci nel vederle, probabilmente la trasformazione sarà davvero iniziata.


Fonti principali

International Federation of Robotics (IFR)World Robotics 2025; IFR Executive Roundtable 2026; aggiornamento sulla robot density 2026.

McKinsey & CompanyHumanoid Robots: Crossing the Chasm from Concept to Commercial Reality; ottobre 2025.

MERICSEmbodied AI: China’s Ambitious Path to Transform its Robotics Industry; aprile 2026.

Boston Consulting GroupHow the Factory of the Future Is Reshaping the Economics of Manufacturing Competitiveness; maggio 2026.

Boston Consulting GroupThe CEO’s Guide to Physical AI; 2026.

Cassa Depositi e PrestitiLa robotica come leva strategica per l’Europa e il ruolo chiave dell’Italia; gennaio 2026.

SIRI – UCIMU — Indagine rapida sul mercato italiano della robotica 2025; febbraio 2026.

ISO — ISO 25785-1, progetto di standard sui robot mobili industriali dinamicamente stabili.

Commissione europea / EUR-Lex — Regolamento (UE) 2026/1744 e programmi europei 2026 sull’AI-powered robotics.

VDMA / DLRHumanoid Robotics 2040 e position paper sull’Industrial AI; 2026.

CEITEC / RICAIP — RICAIP Days 2026 e infrastrutture europee per robotica e industrial AI.

LG — Robotics Data Factory e collaborazione con NVIDIA; agosto 2026.

T-RexTactile-Reactive Dexterous Manipulation; preprint 2026.

Intuitive Surgical — risultati operativi 2025 relativi ai sistemi da Vinci.

Barclays Research — scenari economici sugli umanoidi e sul loro possibile impatto al 2035.

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